Isole contese, venti di guerra tra Cina e Vietnam

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Esercitazioni militari su larga scala. Navi da guerra che prendono il largo. Diplomatici che cambiano i nomi alle cartine geografiche. Parole grosse che s'incrociano tra una capitale e l'altra.
Da anni il Mar Cinese Meridionale non era stato agitato come di questi giorni. A scatenare la tempesta è stata una disputa territoriale su due arcipelaghi impervi, selvaggi e disabitati: Spratly e Paracel. La Cina sostiene di esserne la legittima proprietaria. E gli atlanti geografici sembrano darle ragione. Tuttavia, anche Vietnam, Filippine, Brunei, Malesia e Taiwan avanzano pretese territoriali sui due gruppi di isole e sulle loro acque circostanti.
La disputa su quei quattro scogli (perché di questo si tratta) dei mari del Sudest asiatico è vecchia di oltre mezzo secolo e riaffiora di tanto in tanto, avvelenando puntualmente le relazioni tra i numerosi contendenti.
Questa volta ad aprire la crisi sono stati alcuni recenti "sconfinamenti" - così li ha definiti il Governo vietnamita - di imbarcazioni cinesi nelle acque territoriali di Hanoi intorno alle isole Spratly. Pechino ha reagito duramente negando lo sconfinamento, e ribaltando le accuse di violazione territoriale sul Vietnam reo di aver condotto delle esplorazioni petrolifere in acque cinesi. Per tutta risposta, Hanoi ha deciso di dare il via a delle esercitazioni militari in grande stile proprio nella zona intorno alle Spratly.
Come se ciò non bastasse, qualche giorno fa un ministro filippino ha gettato altra benzina sul fuoco della polemica definendo Mar delle Filippine quello che per i geografi è sempre stato il Mar Cinese Meridionale. La provocazione di Manila, con cui Pechino aveva avuto un duro scontro diplomatico giusto un paio di mesi fa sempre a causa di incidenti avvenuti intorno alle isole Spratly, ha inferto un altro colpo alla pazienza del Dragone. Che, tre giorni fa, ha pensato bene di inviare nella zona calda la sua più grande nave militare da pattuglia.
Tra la recente crisi degli arcipelaghi Spratly e Paracel e quelle del passato c'è una differenza importante: allora, i contendenti alzavano la voce per mere questioni di prestigio politico-diplomatiche; oggi lo fanno per questioni energetiche.
Complici le difficoltà operative legate alla scarsa chiarezza sulle sovranità territoriali e all'opacità delle linee di confine (tutti i litiganti hanno stabilito una presenza fisica nei due arcipelaghi), finora nessuno è riuscito a condurre delle esplorazioni accurate nell'area. Quindi, è impossibile stabilire se nel sottosuolo delle Spratly e delle Paracel ci siano davvero ricchi giacimenti di gas e petrolio, come sperano tutti i Paesi che rivendicano diritti territoriali sulle isole.
Le trivellazioni marine condotte fino adesso nella parte settentrionale del Mar Cinese Meridionale dalla Cnooc (il gigante petrolifero cinese specializzato in estrazioni offshore) hanno portato a risultati piuttosto deludenti. Tuttavia, la stessa Cnooc è convinta che dalle acque della discordia si potrebbero estrarre circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all'anno.
Per questo motivo, la compagnia energetica cinese ha già stanziato 30 miliardi di dollari per condurre in prossimità della "zona calda" delle nuove esplorazioni ad alta profondità da oggi al 2016. Frattanto, anche il Vietnam (che rivendica la sovranità solo sulle Spratly) e le Filippine, sebbene con mezzi più limitati rispetto alla Cina, starebbero attrezzandosi per trivellare i fondali dei due arcipelaghi.
La partita energetica che si è aperta nel Mar Cinese Meridionale è grossa. Talmente grossa che, come ha detto qualche settimana fa il presidente filippino, Benigno Aquino, potrebbe perfino sconfinare in una pericolosa escalation militare.
Un'escalation che, nel peggiore degli scenari, potrebbe arrivare a coinvolgere anche gli Stati Uniti. Negli ultimi tempi, infatti, diversi paesi del Sudest asiatico (e in particolare, proprio le Filippine e il Vietnam) hanno inviato a Washington espliciti segnali per rafforzare la collaborazione bilaterale in chiave anti-cinese. La Casa Bianca ha ascoltato senza promettere nulla. Ma un fatto è certo: gli Stati Uniti non gradiscono le mire espansionistiche cinesi nel Pacifico e faranno di tutto per contrastarlo.
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21/06/2011