In Cina prezzi ai massimi dal 2008

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
L'inflazione balza al massimo degli ultimi tre anni e la banca centrale cinese passa subito al contrattacco alzando la riserva obbligatoria per le banche. A maggio l'indice dei prezzi al consumo ha registrato un aumento anno su anno del 5,5 per cento. Si tratta di un dato in linea con le previsioni degli analisti, ma che preoccupa comunque Pechino poiché si tratta del maggiore incremento dell'inflazione dal luglio 2008.
Oggi come allora, a spingere verso l'alto il costo della vita oltre la Grande Muraglia è stata la corsa dei prezzi dei generi alimentari. Che oltre a salire a ritmi vertiginosi (le massaie sostengono che dall'estate scorsa a oggi il prezzo dell'aglio è quasi raddoppiato), sono sempre più volatili. I prezzi della verdura, per esempio, nella prima metà di maggio erano scesi sensibilmente. Poi, però, verso la fine del mese, a causa della terribile siccità che ha colpito il Paese, sono tornati a crescere prepotentemente. Frattanto, i corsi della carne di maiale, che rappresenta la principale fonte di energia della popolazione cinese, sono aumentati di oltre il 40 per cento. «Questo rialzo inaspettato ha contribuito notevolmente all'aumento dell'inflazione a maggio», ha spiegato l'Ufficio Statistico di Pechino.
Ma i rincari delle derrate alimentari costituiscono solo una parte del problema. A maggio, infatti, anche i prezzi dei beni non food hanno strappato verso l'alto ben più del previsto: +2,9%, l'incremento più elevato dal 2002 a oggi. Il contagio dell'inflazione da una parte all'altra del paniere è un altro fattore di preoccupazione per il Governo cinese, per il quale i rincari del costo della vita rappresentano un grosso rischio per la stabilità sociale del Paese.
«L'inflazione è come una tigre in gabbia: se scappa, poi è difficile riacchiapparla» aveva detto qualche mese fa Wen Jiabao. Il monito del premier è arrivato forte e chiaro alle orecchie della People's Bank of China, che questa volta ha addirittura giocato d'anticipo stringendo i rubinetti del credito poche ore dopo l'annuncio della variazione mensile dell'indice dei prezzi al consumo. «Il mercato si attendeva una mossa della Banca centrale a seguito dei dati sull'inflazione, magari verso la fine della settimana», osserva Dong Tao, economista di Credit Suisse. «Aumentando immediatamente la riserva obbligatoria di 50 punti base, la Pboc ha voluto dimostrare la sua massima determinazione nell'arginare la corsa dei prezzi».
A partire dal 20 giugno, le principali banche del paese dovranno tenere congelata in bilancio una quota pari al 21,5% dei loro depositi. Per la riserva obbligatoria cinese è un livello record, al quale si è arrivati per effetto di sei rialzi operati dalla Pboc dall'inizio del 2011, e di ben dodici ritocchi all'insù varati dalla metà dell'anno scorso quando la Banca centrale cinese decise di irrigidire la politica monetaria per contenere l'inflazione e prevenire il surriscaldamento della congiuntura.
Secondo gli analisti, l'ennesima stretta creditizia drenerà con effetto immediato 384 miliardi di yuan (circa 41 miliardi di euro) dal mercato interbancario. Basterà a riportare in gabbia la tigre dei prezzi? Gli osservatori sono piuttosto scettici. Quest'anno siccità e alluvioni hanno iniziato a flagellare la Cina prima del previsto. E con l'arrivo dell'estate la situazione potrebbe peggiorare, provocando danni ingenti ai raccolti e alla produzione agricola. In questo caso, l'inflazione potrebbe salire anche sopra il 6%, costringendo la Banca centrale a stringere ancora i cordoni del credito.
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15/06/2011