In Cina la bilancia va in rosso

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La bilancia commerciale cinese si colora a sorpresa di rosso. Dopo undici mesi di trade surplus ininterrotto, a febbraio il saldo import-export di Pechino ha invertito la tendenza ed è finito in territorio negativo. Il mese scorso, hanno comunicato ieri le Dogane del Dragone, le esportazioni di made in China nel mondo hanno registrato un incremento del 2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, portandosi a 97 miliardi di dollari. Nel frattempo, le importazioni dall'estero sono aumentate a un passo molto più spedito: +19%, pari a un controvalore di 104 miliardi di dollari.
I flussi di merci in entrata e in uscita dalla Grande Muraglia nel mese di febbraio hanno generato un deficit commerciale mensile di 7 miliardi di dollari. Era dal marzo 2010, quando dopo un lungo periodo d'incertezza causato dalla crisi finanziaria globale la ripresina della congiuntura mondiale consentì alla superpotenza asiatica di tornare a vendere sui mercati esteri più di quanto importasse, che Pechino non accusava un saldo negativo del commercio estero. Un saldo negativo che, per la cronaca, è il più elevato degli ultimi sette anni.
Il dato ha sorpreso tutti gli osservatori che, nonostante il robusto aumento della domanda cinese di materie prime e la lievitazione dei prezzi di queste ultime, a febbraio si attendevano un trade surplus, sebbene di dimensioni contenute.
Ma non ha sorpreso il governo cinese che attribuisce la causa del saldo negativo import-export al Capodanno Lunare. «Quest'anno la festività è caduta ai primi di febbraio e ciò ha condizionato i flussi commerciali del paese», hanno spiegato le dogane cinesi. Il che significa che già questo mese la bilancia commerciale del Dragone dovrebbe tornare in nero, a fronte di un aumento sia delle esportazioni che delle importazioni.
La questione non preoccupa più di tanto Pechino che, al contrario, sta tentando di assecondare con ogni mezzo la diminuzione del trade surplus. Per due buone ragioni. La prima è di natura interna. Oggi uno dei principali obiettivi della leadership cinese è aumentare il peso dei consumi privati nella formazione del Pil, con lo scopo di rompere la storica dipendenza dell'economia nazionale dalle esportazioni e, quindi, dall'erraticità del ciclo economico internazionale.
La seconda è di natura esterna. Pechino vuole contribuire fattivamente al riequilibrio dei flussi commerciali globali in modo da placare gli Usa, che nel disavanzo degli scambi con la Cina individuano l'origine di tutti i mali della loro economia, e allentare così le pressioni politiche di Washington che reclama la rivalutazione dello yuan.
L'inversione di tendenza sembra già cominciata. Dopo aver subito una battuta d'arresto nel 2009 (la prima dopo sei anni di crescita sfrenata), il surplus commerciale cinese è uscito ridimensionato anche dal 2010: 183 miliardi di dollari, 13 miliardi in meno rispetto all'anno precedente. E nel 2011, come ha annunciato di recente il ministro del Commercio, Chen Deming, a fronte di una congiuntura globale incerta, l'avanzo commerciale cinese potrebbe assottigliarsi ulteriormente.
È presto per fare previsioni. Da un lato, in mezzo a tanti segnali contrastanti, è difficile indovinare oggi quale sarà nei prossimi mesi la forza reale della domanda mondiale da cui dipendono le sorti dei prodotti cinesi. Dall'altro, molto dipenderà dall'evoluzione dei prezzi delle commodities.
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11/03/2011