Il Veneto terra fertile per i business da Pechino

Prima di due puntate
PREGANZIOL (Tv). Dal nostro inviato
Roba fine, di qualità. Chi c'è stato raccomanda Wok-Sushi perfino via chat, cantando le lodi dei cuochi che ti spadellano i piatti "a vista". Scegli tu, paghi il giusto.
Tutto vero. Marco e Maria, coppia di cinesi quarantenni immigrati negli anni Ottanta dalla povera (ai tempi) Wenzhou, provincia dello Zehjiang, via Parigi, gestiscono ristoranti a buffet di successo. Come questo, immerso nella quiete di Preganziol, 17mila abitanti, a pochi minuti da Treviso. Dopo quello di Cadoneghe (Padova), è stato il secondo locale. La fama della catena Wok-Sushi, ambiente elegante e pulito, ha varcato i confini veneti, fino alla Chinatown milanese, uno dei perni (con Roma) della comunità cinese italiana e grosso hub delle merci all'ingrosso per l'Europa del Sud nonchè canale d'arrivo del pronto moda made in Prato. La prima ditta cinese, creata in Paolo Sarpi nel 1966, è ancora attiva. Zhou Mei, laoban (titolare, in mandarino) di un minimarket in via Giordano Bruno, garantisce: «Sì, è un ottimo posto. Te lo consiglio».
Rispetto all'inquieta Chinatown pratese, all'ipercinetica area di via Paolo Sarpi, a Milano, a Preganziol sembra di assistere a un altro film. Tutto sembra diverso, ovattato, come sotto controllo. Nomi italianizzati, passaporti di Pechino, Marco e Maria sono l'elite di una comunità in costante e silente ascesa, specie qui, nel Nord-Est, un'area in cui si stanno creando le premesse per la nascita di un'estesa ed economicamente salda comunità.
La coppia di ristoratori sino-trevigiani è integrata, tenta perfino di convivere con la svolta leghista delle ultime amministrative. Niente carrellini a un euro a giro per trasportare merce all'ingrosso, come in via Paolo Sarpi, stivata in umide cantine. Niente fallimentari delocalizzazioni come quella del Girasole, a Lacchiarella, in pieno hinterland lombardo, che tante grane sta procurando alle tasche dei grossisti che hanno scelto di abbandonare il centro città. Niente sottoscala o capannoni con operai a cucire vestiti come a Prato, città a più riprese al centro dei controlli sulle imprese gestite da titolari cinesi.
Senza dare nell'occhio, il Nord Est ribolle per capacità imprenditoriale. L'esempio è Milano, città in cui nascono tre nuove imprese cinesi al giorno, nella zona di Chinatown è il 60%. Itala Naso, che le monitora per conto della Camera di commercio, arranca dietro ai numeri. Nel 2010 sono 2.300 le aziende attive censite, tutte tra zona Paolo Sarpi e zona Maciachini, su un totale di 15mila residenti cinesi; lì si concentra il 33,2% delle attività, in via Sarpi si tocca il 21,6%. «La voglia di autonomia è cresciuta del 62% tra il 2002 e 2009, il 45% delle imprenditrici è donna - dice Naso – il nucleo forte ha tra i 30 e i 49 anni, per il 23% si tratta di commercianti, ma i centri benessere arrivano al 17%, i parrucchieri al 10. Ma in soli due mesi, a Milano, sono nate 103 nuove ditte. In Lombardia, ormai una su cinque è cinese».
L'Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza spiega che nel 2009 le aziende cinesi sono cresciute del 7,8% e che in Veneto e in Lombardia il boom è stato, rispettivamente, dell'8,9 e 9,5%. È il Veneto, però, l'area emergente, tanto è vero che la Cgia di Mestre, rielaborando dati Infocamere, segnala nel Nord Est la maggiore incidenza di imprese cinesi sul totale di quelle straniere: 10,45, pari a 5.798 nel 2009. Quelle venete, insomma, hanno già raggiunto la metà di quelle lombarde però, a differenza di Prato o Milano, la loro presenza si manifesta in maniera pulviscolare. Non c'è un unico centro, lo scenario è la provincia e gli sviluppi seguono le opportunità di business, concentrandosi soprattutto intorno ai centri commerciali cinesi all'ingrosso. Una mappa che emerge dagli annunci pubblicati sui giornali distribuiti dagli strilloni cinesi, per strada.
Treviso, ad esempio, è già considerata un'area in declino rispetto a Padova dove, nel 2000, in zona Camin, è nata «La città cinese», un centro all'ingrosso molto gettonato. Mentre a Villorba, nel trevigiano, si lavora meno, a Padova la strada statale accanto all'uscita autostradale ha fatto la differenza: a Camin, in buona sostanza, il 10% della merce è fatta a Prato. Poi ci sono i centri di Rovigo, Verona, in via Torricelli, e più a Nord, sul versante friulano, addirittura a Udine. A Mestre è attivo un altro importante snodo di aggregazione commerciale. Traffici che fanno spesso ricorso a triangolazioni di soldi, visto che spedire denaro dall'Italia in grosse quantità è difficile, si punta su altri paesi europei, per poi dirottare gli invii in Cina. Anche per le merci si trovano soluzioni alternative: se Mestre è un problema e in dogana bloccano gli arrivi, meglio girare intorno, via Germania oppure Olanda.
Ma in Veneto i cinesi producono di tutto, dai tappi di sughero, ai mattoni per l'edilizia, coltivano funghi, si occupano di lavorazione degli occhiali e di prodotti tessili e pelletteria. Valutano affari, dall'acquisto di capannoni alla rilevazione di intere aziende decotte.
Con le debite eccezioni, prevale la tendenza a mettersi in proprio. A Vittorio Veneto e Montebelluna risiedono, infatti, 8mila immigrati dal Fujian dipendenti di aziende italiane. Si sono indebitati comprando casa e pare che non se la passino molto bene. Più su a Pordenone, in Friuli, storico punto di passaggio della rotta balcanica dell'immigrazione clandestina, il traffico sembra essersi fermato. Dalla questura, ufficio stranieri, segnalano però che su un campione di 150 bandanti, sono spuntati anche nomi cinesi in odore di assunzioni pilotate. Per forza: servono braccia, servono soldi.
«C'è un grosso fermento in giro - ammette Li Bin, console commerciale -, mi hanno invitato a Mestre a un convegno sui rapporti tra Italia e Cina, c'erano tanti imprenditori italiani interessati al mio paese. Poi, ho fatto un giro a Venezia, e ho notato che moltissimi ristoranti e negozi sono gestiti da miei connazionali. Vi assicuro. La cosa ha sorpreso anche me».
rita.fatiguso@ilsole24ore.com
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30/06/2010