Il surplus cinese ci accompagnerà per altri 15 anni

di Riccardo Sorrentino Il G-20 vorrebbe risolvere il problema. Occorrerà però un tempo piuttosto lungo, almeno quindici anni: non è facile cambiare i comportamenti di milioni di persone. Il surplus cinese, quell'eccesso di vendite all'estero rispetto agli acquisti, continuerà a dominare l'economia globale malgrado l'impegno dei Grandi, e si rivelerà più ostico da risolvere dello squilibrio speculare, il deficit degli Stati Uniti.
Per Washington la cura del malessere è semplice. La "colpa", dicono, è della Banca centrale di Pechino: tenendo quasi fermo lo yuan, impedisce il suo apprezzamento che renderebbe meno convenienti i prodotti cinesi e ridurrebbe l'export. A lungo gli Usa hanno insistito perché quel cambio diventasse un po' più flessibile.
La realtà purtroppo non è così lineare. «Tra il 2005 e il 2008 il cambio effettivo reale cinese si è apprezzato del 15%, mentre il surplus corrente passava dal 7% al 10% del Prodotto interno lordo», spiega David Lubin di Citigroup. La relazione tra cambio e conti con l'estero non è dunque diretta.
È in gioco qui qualche altro fattore: la faccia nascosta del surplus cinese, la quantità enorme di risparmi di famiglie e imprese. Da sempre i popoli dell'Asia orientale tesaurizzano una parte notevole del reddito. Le numerose calamità naturali rendono razionale questo orientamento e l'assenza di una rete sociale o pubblica che offra sicurezza non aiuta a scalfire le antiche abitudini: i giovani chiedono oggi istruzione, gli anziani cure mediche, spese per le quali i redditi attuali non bastano. Il tasso di risparmio ha così raggiunto il 50% del Pil, un'enormità.
La Cina non riesce a canalizzare questo risparmio verso investimenti locali: mancano intermediari e mercati finanziari sufficienti, mentre il peso dei monopoli statali limita la nascita di nuove aziende. Queste risorse, in gran parte attraverso l'accumulo delle riserve della banca centrale, trova sbocco all'estero e verso gli Stati Uniti soprattutto, che hanno quindi un interesse meno forte di quanto vogliano far credere nel risolvere lo squilibrio tra i due paesi: gran parte del deficit pubblico di Washington è finanziata dai popoli asiatici.
Questa situazione ha diverse conseguenze. Innanzitutto per ridurre il surplus l'apprezzamento del cambio non è utilizzabile. Non da solo, almeno: dovrebbe essere tale da comprimere il reddito (e quindi risparmi e consumi) a livelli inverosimili, inaccettabili (mentre per ridurre un deficit, più semplicemente, si può tentare di ridurre il deficit pubblico, o incentivare i risparmi). Occorrono quindi riforme che modifichino la struttura dell'economia cinese.
La ricetta del G-20 sarà sufficiente? Non molto, sembra. I Grandi chiedono che la Cina sostenga la domanda interna, una politica che la crisi ha già imposto, anche per affrontare le molte tensioni sociali. Non può meravigliare, però, che il governo punti sugli investimenti: creano occupazione, anche se tengono elevate le importazioni di macchinari e altri mezzi di produzione, alimentando il surplus.
Quello che occorrerebbe fare è quindi ridurre la propensione al risparmio. Le autorità però sono molto prudenti: «Non si possono risolvere problemi di lungo termine nel breve termine» ha detto a questo proposito il governatore Zhou Xiaochuan. La causa del fenomeno è infatti demografica: è aumentato rapidamente il numero di persone in età da lavoro rispetto ad anziani e bambini e in questo modo - spiegano Guonan Ma e Zhou Haiwen in una ricerca per la Banca dei regolamenti internazionali - i risparmi sono aumentati, non diminuiti. Questa tendenza proseguirà ancora, aggiungono i due economisti, e non potrà essere altrimenti. Fino a quando? Fino al 2025 almeno, o al 2030; poi i consumi "prenderanno il sopravvento". «Il surplus cinese chiede pazienza», nota Lubin: non è detto che duri così a lungo; ma dovrà fare comunque i conti con questa tendenza di fondo. Si ridurrà quasi tutto da solo, quindi, e molto, molto lentamente.
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27/09/2009