Il generale Giap alla guerra della bauxite

di Roberto Bongiorni
Non ci sarà un esercito regolare, né armi e neppure un fronte di guerra. L'ultima battaglia del leggendario generale Vo Nguyen Giap, giunto alla venerabile età di 97 anni, si combatterà sulle piazze, con grandi manifestazioni, forse anche nei Tribunali, dove è prevista una valanga di ricorsi, e con una mobilitazione a tutto campo. L'obiettivo? Fermare l'avanzata cinese in Vietnam del Nord e impedire che il potente vicino trivelli il suolo di casa ricco di bauxite per costruire grandi raffinerie e trasformare il minerale in alluminio.
La divisa, Giap, la veste sempre: quasi fosse una seconda pelle. Ma intorno all'eroe nazionale - icona della guerra contro il colonialismo francese e poi contro i marines americani - ci sarà un gruppo eterogeneo: un famoso monaco buddista, dissidente e candidato al premio Nobel per la pace, l'ottantenne Thich Quang Do. Dietro di loro un nutrito gruppo di scienziati, economisti ed intellettuali. E alle spalle il supporto dell'associazione dei veterani della Guerra di Ho Chi Minh. Un coro di voci insolito in un Paese dove esprimere il dissenso richiede sempre un certo coraggio.
Continua a pagina 12


Giap e i suoi compagni ripetono che l'ambiente dev'essere preservato dai danni causati dall'inquinamento. Bisogna tutelare le minoranze che vivono sugli altipiani dove si coltiva il caffè, inistono. Qualcuno non esista a parlare di colonizzazione cinese. Il Governo sta compiendo un errore, protestano all'unisono.
Il regime la vede tuttavia in modo diverso. La bauxite, da cui si ricava l'allumina, a sua volta trasformata in alluminio, arriva come la panacea per tutti i mali in un anno che si preannuncia molto difficile per il bilancio dello Stato. Nel sottosuolo vietnamita si trovano le terze riserve mondiali. La Cina è un grande consumatore di alluminio. Non è un dettaglio, poi, il fatto che il Vietnam sia a portata di mano. Perseguendo l'ambizioso progetto Pechino abbatterebbe il costoso capitolo dei trasporti e si installerebbe sugli altipiani del Vietnam del Nord, un'area dall'alto valore geostrategico. Il Governo di Hanoi è deciso: ha già firmato un contratto per costruire una miniera con una controllata del gruppo cinese Chinalco. E ora si augura che la nuova miniera possa rappresentare il primo investimento di quei 15 miliardi di dollari che da qui al 2025 si attende arrivino nelle casse dello Stato.
Opposizione permettendo. Le miniere a cielo aperto deturperebbero il paesaggio e le scorie tossiche delle raffinerie rischiano di distruggere le coltivazioni di caffè, una delle principali esportazioni del Paese. L'agguerrito gruppo ha cavalcato un argomento molto sensibile: i mille anni di duro dominio cinese e le cicatrici della guerra lampo tra Vietnam e Cina del 1979, non ancora rimarginate. «È un'invasione. Villaggi di cinesi sono cresciuti come funghi e 10mila "coloni" arriveranno nei prossimi anni», ha ammonito Quang Do. Moniti subito ripresi dall'esercito dei bloggers, a loro volta girati su facebook.
Roberto Bongiorni
© RIPRODUZIONE RISERVATA

25/04/2009