Il boom d'Oriente aiuta tutti

Lo sviluppo dell'economia cinese, più rapido rispetto a quanto successe in Europa dopo la Rivoluzione industriale o in America con l'apertura del West nel XIX° secolo, è una delle grandi storie del dopoguerra. Ma oggi la Cina è spesso vista dai produttori occidentali solo come un temibile concorrente, e sono tanti gli aneddoti relativi al China price, quel "prezzo cinese" che ha costretto tanti imprenditori a ritirarsi in buon ordine se non addirittura a fallire. Meno export occidentale, spiazzato dal- l'export cinese, vuol dire meno Pil e meno crescita. O no? Qual è l'effetto netto della Cina sulla crescita degli altri paesi?
La domanda è legittima e importante. E una interessante risposta si ritrova in un recente studio del Fondo monetario (IMF Working Paper, WP/10/165, China's Economic Growth: International Spillovers, di Vivek Arora e Athanasios Vamvakidis, luglio 2010). I canali attraverso cui la Cina influenza la crescita degli altri paesi non stanno solo in quelli più ovvi: le importazioni cinesi (stimolo positivo) o le esportazioni (stimolo negativo). La domanda cinese, specie di materie prime, ha effetti positivi o negativi sulle ragioni di scambio degli altri. La Cina crea delle "catene di offerta" per i paesi limitrofi, aprendoli agli scambi internazionali con l'import di semilavorati. I flussi di capitali in uscita e in entrata hanno effetti sugli altri paesi. Infine, la crescita cinese ha effetti sulla fiducia altrui, e questo impatto lo si è visto all'opera specie negli ultimi tempi.
Mettendo tutti questi elementi nel frullatore dell'econometria, gli economisti del Fondo sono giunti a una confortante conclusione. Quando la Cina cresce, gli effetti sul resto del mondo sono nettamente positivi: nel medio periodo un punto in più di crescita cinese si accompagna a mezzo punto in più di crescita altrove. Insomma, le lamentele di quanti sono spiazzati dal China price sono microeconomicamente ma non macroeconomicamente giustificate.
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24/07/2010