I buoni motivi dei cinesi per soccorrere l'Eurozona

Ha sottoscritto contratti miliardari con tutti i Paesi del Continente. Ha puntellato la Grecia e il Portogallo quando erano sull'orlo del baratro. E ora promette di non abbandonare l'Europa al suo destino.
Mentre i mercati sferrano il loro ennesimo attacco contro tutte le roccaforti dell'Eurozona, una domanda sorge spontanea: perché la Cina continua ad aiutare l'Europa? Perché un'eventuale implosione della moneta unica sarebbe una sciagura anche per Pechino.
Per tre ragioni. La prima è di carattere economico. Oggi, di fronte al vecchio mondo indebitato e incapace di ritrovare il sentiero della crescita, la Cina con i suoi tassi di sviluppo a doppia cifra (o quasi), con le sue immense riserve valutarie, e con il suo debito pubblico ancora sotto controllo, appare come un gigante. Ma il colosso ha i piedi d'argilla perché, nonostante lo sforzo compiuto dal Governo negli ultimi anni per promuovere l'espansione dei consumi interni in modo da rompere la dipendenza del Paese dall'andamento della congiuntura internazionale, oggi l'economia cinese è ancora prevalentemente export oriented. Una parte consistente del made in China destinato ai mercati internazionali è prodotta dalle piccole e medie imprese che sfornano oltre il 50% del Pil e occupano circa l'80% della forza lavoro.
Ergo: Pechino deve sostenere il suo principale partner commerciale, cioè la Ue, perché se quest'ultima sotto la pressione della crisi dovesse ridurre drasticamente i propri consumi, per il Dragone sarebbero guai.
E qui s'innesta la seconda ragione - quella di natura politica - dell'interesse interessato cinese ai mali del Vecchio Continente. Proprio mentre l'Europa è alle corde, e gli Stati Uniti barcollano, Pechino è impegnata a contrastare la peggior inflazione degli ultimi anni. Un'inflazione alimentata dai violenti rincari dei generi alimentari. Il che, come insegna la storia del Paese (i disordini che portarono al massacro in Piazza Tiananmen furono innescati dal carovita), rischia di accendere pericolose tensioni e rivolte sociali.
In questo quadro l'ultima cosa che oggi la nomenklatura possa auspicare è una crisi economica. Una crisi che una brusca frenata delle esportazioni verso la Ue potrebbe anche aprire, mettendo in ginocchio vasti comparti dell'industria manifatturiera cinese. E il Governo, a differenza dell'autunno 2008 quando uscì brillantemente dall'impasse economica mondiale stimolando la spesa pubblica e pompando liquidità, dovendo perseguire una politica monetaria prudente per contrastare l'inflazione, avrebbe poche cartucce per sostenere la congiuntura.
La terza ragione è di carattere finanziario. Oggi la Cina custodisce nei suoi forzieri oltre 3.200 miliardi di dollari di riserve valutarie. Secondo alcune stime, almeno un quinto di questo immenso tesoretto sarebbe investito in asset denominati in euro. Troppo affinché Pechino possa permettersi di dormire sonni tranquilli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

23/09/2011