Guerra e pace, la parola a Pechino

Moisés Naím

A febbraio, da più di 40 anni, gli uomini d'affari più potenti del mondo si ritrovano a Davos, in Svizzera. Allo stesso modo, da quasi mezzo secolo, i magnati della guerra si riuniscono a Monaco di Baviera: alla Conferenza sulla sicurezza, il forum più importante del mondo su questo tema, partecipano ministri della Difesa e cancellieri, generali e ammiragli, capi dei servizi d'intelligence ed esperti dei servizi segreti militari, scienziati e - non potevano mancare - i dirigenti delle industrie belliche più sviluppate.
Il meeting di Monaco è una buona occasione per fiutare le preoccupazioni di coloro che prendono le decisioni sulla pace e sulla guerra nel mondo - senza prenderle troppo sul serio, ovviamente. Così come gli imprenditori e gli economisti che frequentano Davos non si sono accorti della crisi economica incombente, gli esperti di sicurezza riuniti a Monaco nel 2001 sono poi rimasti sorpresi dagli attacchi terroristici dell'11 settembre, come qualsiasi comune mortale. Tuttavia, gli argomenti principali della riunione e le conversazioni nei corridoi per lo meno riflettono il pensiero di questi influenti personaggi.
«Cina, Cina e ancora Cina», mi ha confessato un alto funzionario al quale ho chiesto qual era stato il tema rilevante della riunione di quest'anno, che si è svolta dal 5 al 7 febbraio. «Certamente l'Afghanistan, l'Iran e il terrorismo sono ancora fonti notevoli di preoccupazione, ma in tutte queste questioni la Cina è diventata un attore che non può essere ignorato nei dibattiti e nelle strategie. E loro lo sanno e si capisce che lo sanno».
Il protagonista dell'incontro di quest'anno è stato il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il quale ha rassicurato i partecipanti dichiarando che il suo paese rappresenterà una forza positiva nel mondo e che contribuirà alla pace, sempre che si verifichi quello che ha descritto come «uno spirito di cooperazione».
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Questo è servito da pretesto per criticare, e non poteva essere altrimenti, la massiccia vendita di armi statunitensi a Taiwan. Inoltre il ministro ha ribadito che la priorità del suo paese è quella di contrastare la profonda povertà in cui vive la maggioranza dei suoi connazionali.
Sebbene sia ovvio che lo sviluppo economico è prioritario in Cina, questo non significa che il gigante asiatico stia sottovalutando la sua potenza militare. Dispone delle forze armate più numerose del pianeta (2,25 milioni di effettivi, pari allo 0,17% della sua popolazione). Al secondo posto si trovano gli Stati Uniti (1,5 milioni di effettivi, pari allo 0,5% dei suoi abitanti), seguiti da India, Corea del Nord e Russia. È evidente che la potenza militare dipende più dal denaro e dalla tecnologia che dal numero di effettivi militari. La spesa militare degli Stati Uniti è pari al 50% della spesa complessiva del resto del mondo. La Cina e la Russia rappresentano rispettivamente l'8 e il 5% del totale mondiale. Soltanto 25 paesi, quasi tutti del Medio Oriente, registrano una spesa militare che, in rapporto alla grandezza della propria economia, è superiore a quella degli Stati Uniti. Inoltre questa superpotenza è il principale venditore d'armamenti: controlla il 68% del totale mondiale.
Tuttavia, come sappiamo, queste cifre imponenti non sono state sufficienti per sconfiggere i più acerrimi nemici degli Stati Uniti. Al-Qaeda, talebani e pirati somali sono in cima ai pensieri di tutti coloro che si occupano di sicurezza. Al-Qaeda, indebolita e con molti dei suoi leader uccisi, impossibilitati a combattere o catturati, continua a rappresentare una minaccia. Ed è una minaccia, più per la sua capacità d'istigare individui o piccoli gruppi ad agire per suo conto, emulando i terroristi islamici, che per la sua reale capacità di operare attraverso un potere centrale e coordinato. Da parte loro, i talebani hanno costretto l'esercito più numeroso e tecnologicamente all'avanguardia del mondo a ricercare alternative di dialogo e concertazione, poiché risulta evidente che la sconfitta militare dei talebani è impossibile o troppo onerosa in termini di vite umane e costi. Gli assalti dei pirati non diminuiscono nel Golfo di Aden, nonostante questi debbano fronteggiare la flotta multinazionale più sofisticata del nostro tempo.
Nel corso degli ultimi decenni i conflitti armati tra i paesi sono diminuiti. Per contro, le guerre civili, le insurrezioni, le ribellioni armate e tutte le guerre tra le parti che non partecipano agli incontri come quelli di Monaco sono in aumento. Questi conflitti, e non una Cina in continua espansione, continuano ad essere la principale minaccia per la pace nel mondo.
Moisés Naím
(Traduzione di Graziella Filipuzzi)
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09/02/2010