Guerra dei giocattoli tra India e Cina

Marco Masciaga
NEW DELHI
Dopo anni di crescente cooperazione economica, i rapporti commerciali tra India e Cina si sono improvvisamente raffreddati ieri quando un portavoce del ministero del Commercio di Pechino ha espresso «l'estrema preoccupazione» del suo Governo per le misure protezioniste recentemente assunte da New Delhi. Il riferimento è a una serie di restrizioni imposte alle importazioni di acciaio, prodotti tessili e petrolchimici decise nei mesi scorsi e soprattutto alla clamorosa messa al bando dei giocattoli cinesi imposta a fine gennaio da Delhi. Il Governo cinese auspica, spiega la nota, che l'India eserciti «prudenza e moderazione» nelle sue decisioni di politica commerciale. Diversamente l'impatto sui legami bilaterali sarà «serio».
Il bando deciso dalla Direzione generale per il commercio estero del Governo indiano avrà la durata di sei mesi e, almeno da principio, è stato genericamente presentato come un provvedimento preso «nell'interesse pubblico». Dopo alcuni giorni in cui si è diffuso il sospetto che l'«interesse» della motivazione fosse soprattutto quello dell'industria indiana dei giocattoli e dei suoi 2 milioni di addetti, il ministro per il Commercio Kamal Nath, si è sentito in dovere di spiegare che il controverso divieto è stato deciso per ragioni «sanitarie e di sicurezza».
L'industria cinese dei giocattoli in passato è stata colpita da alcuni scandali legati all'impiego di sostanze tossiche. Il caso più clamoroso, il richiamo di 21 milioni di prodotti per l'infanzia a marchio Mattel per il loro alto contenuto di piombo, risale però al 2007, piuttosto in là nel tempo per non fare sospettare anche ragioni commerciali dietro la repentina decisione di New Delhi. Nonostante questo, Nath ha ribadito di essere convinto che la temporanea messa al bando non rappresenti una violazione delle norme dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Un parere non condiviso dalle autorità di Pechino che, secondo quanto riportato pochi giorni fa dal quotidiano China Daily, starebbero valutando l'opportunità di sollevare il caso in sede Wto.
Per alcuni produttori l'esito della disputa potrebbe fare la differenza tra la sopravvivenza e il fallimento. L'industria cinese dei giocattoli è reduce da un'annata difficilissima in cui, delle 8.610 fabbriche attive a inizio 2008, ne sono sopravvissute solo 4.388. Le esportazioni sono calate sia a novembre (-8,6%) che a dicembre (-7,6%). Nonostante ciò, prima di essere vietati i giocattoli cinesi dominavano, con una quota vicina al 60%, il mercato da mezzo miliardo di dollari rappresentato dall'India, uno dei Paesi con la popolazione più giovane del pianeta.
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10/02/2009