GOOGLE PROSEGUE, CONTROVERSIA AL WTO

GOOGLE PROSEGUE, CONTROVERSIA AL WTO

Pechino, 3 mar. - I vertici di Google, pur non avendo ancora fissato una data, hanno confermato la decisione di sbloccare i contenuti sgraditi a Pechino; l'amministrazione Obama, intanto, sta valutando la possibilità di portare il caso all'attenzione dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio: la "cyberguerra" in corso dal gennaio scorso tra la Cina e il primo motore di ricerca del mondo si arricchisce di nuovi capitoli. "Siamo fermi nella nostra decisione di non censurare più i risultati delle ricerche in Cina - ha dichiarato il vicepresidente della compagnia di Mountain View Nicole Wong davanti a una Commissione Giudiziaria del Senato USA che si occupa delle restrizioni all'accesso su internet - e stiamo cercando il metodo più adatto per raggiungere questo obiettivo". Nelle stesse ore lo U.S. Trade Representative Office stava valutando i pareri legali esposti da due gruppi collegati a Google: secondo la Computer & Communications Industry Association e la First Amendment Coalition, infatti, le restrizioni sul web cinese configurerebbero una forma di concorrenza sleale che discrimina le compagnie straniere. "Presentare il caso alla WTO è una mossa che merita considerazione – ha detto ancora Wong - perché a nostro avviso utilizzare la censura in un modo che favorisce le società nazionali va contro i principi basilari del libero mercato". Ma secondo molti osservatori iniziare una disputa davanti agli organi dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio servirebbe più a puntare i riflettori sulle politiche censorie della Cina che a raggiungere una soluzione della questione in tempi brevi: le controversie davanti agli arbitri di Ginevra, infatti, possono andare avanti per più di due anni tra discussione e appello. Il caso "Google vs. Cina" era iniziato a metà gennaio, con la denuncia da parte del colosso del web di una serie di sofisticati attacchi hacker ai suoi sistemi che avrebbero avuto origine proprio dal territorio cinese, con l'obiettivo di violare le caselle mail di alcuni attivisti e, soprattutto, sottrarre il know-how di almeno 33 aziende statunitensi. Pechino ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento, definendosi essa stessa vittima della pirateria informatica e difendendo il diritto di censurare i contenuti giudicati "inadatti" al popolo cinese. Ai proclami di Google sulla decisione di non sottostare più ai filtri imposti dalla Cina non sono, per ora, seguiti i fatti. L'ultimo report di China Internet Network Information Center conferma che la Cina è il primo paese al mondo per navigatori web: nel 2009 gli internauti cinesi hanno toccato quota 384 milioni, un aumento del 28.9% rispetto all'anno precedente.