Google cerca la pace con Pechino

LOS ANGELES
Google rischia di perdere la licenza in Cina e decide di fare marcia indietro, per modo di dire. Ieri il colosso dei motori di ricerca americano ha annunciato il seguente compromesso con Pechino: invece di dirottare automaticamente gli utenti di Google in Cina al sito di Hong Kong, libero da censure, metterà a disposizione sulla pagina di apertura di Google.cn il link per il sito Google.hk per chi desidera andarci, cliccandoci sopra. In altre parole il dirottamento sarà volontario e non automatico.
Resta da vedere se il governo cinese accetterà quello che Google descrive come un vero compromesso; il legale della società, Dave Drummond, aveva comunicato lunedì che il governo cinese era intenzionato a non rinnovare la licenza per il sito internet (in scadenza proprio oggi) se il dirottamento automatico non fosse stato sospeso.
È difficile prevedere a questo punto l'esito di uno scontro dai mille risvolti economici, politici e diplomatici. Google aveva sfidato Pechino il marzo scorso quando aveva consentito agli utenti cinesi di evadere la censura dirigendosi sul sito d Hong Kong, città cinese dove però vigono regole più liberali ereditate dall'amministrazione britannica. All'epoca Google aveva risposto alle pressioni dell'opinione pubblica americana indignata per l'aiuto indiretto fornito da Google a un governo noto per la persecuzione dei dissidenti politici.
Numerosi analisti credono che Pechino cercherà di evitare misure estreme come l'oscuramento del sito Google in Cina per evitare un inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti proprio in un momento di apparente distensione. Pechino infatti ha da poco ceduto alle pressioni americane decidendo di rivalutare la propria valuta, lo yuan, e il suo primo ministro Hu Jintao ha appena accettato l'invito del presidente Obama per una visita negli Stati Uniti a data da stabilirsi.
Questa opinione è puntellata da un dato di fatto, e cioè che negli ultimi tre mesi Pechino avrebbe potuto installare filtri per bloccare l'accesso al sito Google Hong Kong, ma non l'ha fatto. Anzi, dalla Cina continua a essere possibile accedere a diversi siti (sia Google che altri) in lingua straniera senza pericolo di censura. Gli unici siti interamente bloccati da Pechino sono YouTube, Blogger e Picasa.
Ciò detto, il caso Google offre l'ennesimo esempio delle difficoltà e dei rischi incontrati da siti internet americani che operano in paesi dove vigono stretti controlli. Google è stata costretta di recente a rimuovere materiale inaccettabile per i governi dell'India e della Cina, e ciò facendo si tira addosso le critiche del pubblico americano.
Raggiungere un compromesso con Pechino riveste un'enorme importanza per gli interessi economici del colosso californiano, la cui presenza in un mercato immenso come quello cinese ha una grossa importanza strategica. Qualsiasi tipo di limitazione imposta da Pechino potrebbe favorire il sito concorrente Baidu, che già le sta rubando quote di mercato. Nei primi tre mesi del 2010 la quota di mercato di Google è scesa dal 35,6% al 31% mentre quella di Baidu è salita al 60 per cento.
Persino la piccola scomodità di dover cliccare sul link per accedere a Google Hong Kong anziché arrivarci automaticamente potrebbe agire da deterrente per l'utente cinese, ne è convinto l'analista Edward Yu della Analysys International di Pechino. Yu crede tuttavia che il vero rischio per Google sia l'oscuramento: «Non è certo - ha detto ieri - che il compromesso proposto da Google al governo cinese verrà accettato». Ieri i titoli Google hanno ceduto il 4 per cento.
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