Google alla Cina: basta censura

Marco Valsania
NEW YORK
Google, non un governo o un'istituzione internazionale, ha lanciato il vero guanto di sfida alla Cina. Il gigante americano di Internet ha minacciato di abbandonare il paese in aperta protesta contro la censura e il sospetto che, dietro ad aggressioni alle sue attività nel ciberspazio, si nascondano le autorità di Pechino. Anzi forse direttamente i suoi servizi di spionaggio, alla caccia di proprietà intellettuale e della posta elettronica Gmail di militanti cinesi dei diritti umani.
La mossa ha destato shock, sui mercati e nel mondo politico: quella lanciata da Google appare come la più esplicita controffensiva mai lanciata da una regina della corporate america nei confronti di Pechino.
Una controffensiva che ha trovato eco nell'amministrazione di Barack Obama, a sua volta spinta ad alzare il tono delle critiche: il segretario di stato Hillary Clinton ha dato alle stampe un comunicato nel quale afferma di «essere stata informata da Google delle accuse, che sollevano gravi preoccupazioni». Il ministro degli Esteri ha detto di aspettarsi «una spiegazione dal governo cinese». E ha continuato: «L'abilità di operare con fiducia nel ciberspazio è essenziale in una società e un'economia moderne». Clinton ha promesso ulterori prese di posizione, «mano a mano che verranno alla luce i fatti» e un discorso sull'importanza della libertà di Internet la prossima settimana.
Google ha inaugurato le ostilità con un atto privo di ambiguità: ha cessato di cooperare con Pechino nella censura del suo motore di ricerca. E ha denunciato di esser stata vittima di «assalti estremamente sofisticati, mirati alla nostra infrastruttura aziendale con origine in Cina».
Dopo aver condotto un'indagine interna ha ammesso di aver sofferto, a partire da metà dicembre e ancora nell'ultima settimana, furti di proprietà intellettuale. Gli assalitori si sarebbero in particolare concentrati sulle e-mail riuscendo ad accedervi in almeno due casi.
Né, ha proseguito, il suo è stato un caso isolato: 34 società, in gran parte di Silicon Valley in California, avrebbero conosciuto simile sorte. Tra queste, per sua successiva ammissione, c'è la Adobe Systems. L'ampiezza dell'aggressione è stata tale da mobilitare la National security agency, i servizi di intelligence del Pentagono specializzati nella sorveglianza elettronica.
L'annuncio di Google, se non ci saranno riconciliazioni negoziali con Pechino, presenta non poche incognite. Il mercato cinese è considerato decisivo per una grande società anche quando si tratta di Internet, con i suoi 360 milioni di utenti online, un record mondiale.
Le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Cina, inoltre, sono già tese e scontri su Internet potrebbero generare ulteriori irrigidimenti: agli impegni di partnership costruttiva sia in campo economico che politico si alternano gli screzi, dal cambiamento climatico al commercio.
Forse per evitare escalation il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, in serata si è limitato a ribadire il «diritto a un Internet libero» e l'attesa per «una risposta della Cina».
Altri protagonisti americani del Web, da eBay a Yahoo, hanno scelto una strada diversa da Google: da tempo hanno silenziosamente ridimensionato le scommesse in Cina, passando il testimone a realtà locali nelle quali mantengono una partecipazione. E lamenti, ma spesso a bassa voce, contro le restrizioni di Pechino arrivano da gruppi occidentali in molti settori. Google, sbarcata a Pechino nel 2006, dopo aver conquistato a fatica una quota di mercato del 31% contro il 64% della rivale cinese Baidu ha invece deciso adesso una "rottura" pubblica.
Una scelta che di per sé alza la posta in gioco: eventuali nuovi accordi con le autorità cinesi diventano più ardui e esporrebbero l'azienda ad accuse di opportunismo e scarsa credibilità. Associazioni dei diritti umani quali Human Rights Watch ieri si sono subito schierate a favore della presa di posizione della società.
Gli attacchi nel ciberspazio a Google, divenuti l'evento scatenante della crisi, secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa americana sarebbero partiti da almeno sei indirizzi Internet a Taiwan. Questa è abitualmente una tattica utilizzata da pirati cinesi. I dati rubati sono stati fatti transitare all'insaputa di tutti attraverso un server della società texana Rackspace prima di essere inviati oltreconfine.
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14/01/2010