GOOGLE - CINA: CHI VINCE, CHI PERDE

GOOGLE - CINA: CHI VINCE, CHI PERDE

Roma, 1 apr.- Il web cinese è un mondo multicolore, popolato da blogger critici che cercano ogni escamotage per dribblare la censura; giovani nazionalisti inferociti; opinion makers dai toni populisti; netizens responsabili che vogliono dire la loro. C'è perfino spazio per lo sberleffo: sono ormai entrati nell'uso comune giochi di parole, difficilmente traducibili, che indicano a un tempo nomi di animali immaginari e concetti sgraditi al governo. Che effetti potrebbe avere l'abbandono di Google su tutto questo? La rete cinese sta diventando "Intranet", un web scollegato dall'Internet mondiale? AgiChina24 ha intervistato alcuni dei più influenti blogger cinesi; tradotto gli editoriali dei media di Stato, e ascoltato le voci degli internauti che chiedono di poter esprimere la loro opinione. Perché tra i due colossi, Google e il governo di Pechino, c'è un'opinione pubblica in fermento.


GOOGLE ABBANDONA LA CINA? LE REAZIONI DEI  BLOGGER CINESI


Zhou Shuguang, alias "Zuola", è un blogger che si occupa di citizen journalism a Pechino.  Nel 2008, poco prima delle Olimpiadi, documentò gli incidenti di massa nella provincia del Guizhou che coinvolsero 30 mila persone. Nel novembre dello stesso anno si vide negare la partecipazione al premio "Best of The Blogs" in Germania con il ritiro del passaporto. Motivazione della polizia di frontiera: "Può avere ripercussioni sulla sicurezza e sull'immagine nazionale". "I netizen cinesi, e ancor di più i blogger con cui sono in contatto, sono dispiaciuti. Apprezzavano lo sforzo di apertura di Google, che si opponeva al controllo verticale esercitato dal governo",dice Zuola. "Ritengo che al momento la situazione favorirà il motore di ricerca nazionale, Baidu, che detiene circa il 75% della quota di mercato. Tuttavia, una parte dei netizens che prediligevano Google, perché provenienti da un ambiente socio-culturale proiettato a livello internazionale, troverà altri canali per continuare ad avvalersene. Inoltre, attualmente l'abbandono di Google si limita al settore dei motori di ricerca, mentre tutti gli altri prodotti offerti da BigG (Google Reader, Gmail, Gmaps) sono ancora disponibili per l'utente cinese. Quindi, la differenza tra un 'Internet' domestico e internazionale – o meglio, tra 'Intranet' e 'Internet' –  è labile, non è ancora così netta". Una fetta dell'opinione pubblica cinese, però, ha letto l'ipotesi dell'abbandono di Google come un'operazione di mercato: "In effetti, secondo l'opinione dominante, Google avrebbe deciso di mollare a causa dei bassi profitti – spiega Zuola-  ma il web cinese, con 384 milioni di navigatori, rappresenta il primo mercato internet al mondo. Qualcosa che non si abbandona alla leggera". Un altro blogger preferisce rimanere anonimo; si tratta di un giornalista che si occupa di internet e tecnologie, originario della Cina meridionale: "A Canton è stato organizzato un memorial meeting in un bar, – racconta il blogger senza volto – al quale molti netizen si sono presentati con fiori di carta per esprimere il loro dispiacere per l'abbandono di Google. La polizia, però, li ha mandati via due volte e ha chiuso il bar e il raduno. Come giornalista, mi è stato chiesto di non dare enfasi alla vicenda.  Voglio sottolineare che l'opinione pubblica più attenta utilizza già i VPN e altri metodi per evitare la censura. Per loro non c'è differenza, che Google abbandoni o no. Google non è il primo e non sarà l'ultimo a battersi per la libertà di parola in Cina, della quale sempre più numerosi netizens cinesi sentono il bisogno. Baidu non avrà un monopolio virtuale, perché altri come Bing, Sogou, e Zhongsou si faranno avanti per conquistare più ampie fette di mercato. A mio avviso, Baidu sarà scontento: Google era un ottimo capro espiatorio quando il governo decideva di intensificare i controlli".

 

LA LETTERA DEI NETIZENS: SI' ALLA CENSURA, MA REGOLE CHIARE
 
Dalla metà di marzo circola una lettera rivolta a Google e al governo cinese, firmata da numerosissimi netizens. Si tratta di una lettera interessante perché mette in luce le richieste di una parte del popolo di internet meno schierata rispetto ai blogger più battaglieri, ma che lamenta come in tutta la vicenda sia stato impossibile per gli internauti esprimere la loro opinione: " Siamo utenti di Google che già hanno beneficiato dei suoi servizi gratuiti, arricchendo Google tramite gli introiti pubblicitari. Le nostre richieste e le nostre necessità sono il motore dell'innovazione di Google: la nostra presenza non è insignificante! Quindi ci aspettiamo da Google, una volta per tutte, delle spiegazioni esaurienti. Ed anche il governo cinese, essendo la struttura responsabile dei servizi forniti alla popolazione cinese, ha il dovere di aprire il dialogo, considerando anche la nostra opinione ed operando in modo trasparente". Che tipo di trasparenza si invoca? Questi netizens si dichiarano favorevoli alla censura operata da parte del governo, purché le regole del gioco siano chiare: basta con gli insabbiamenti di scandali e casi di corruzione. "Noi siamo d'accordo con l'applicazione della censura ad internet, che sia questa applicata a Google o ad altri motori di ricerca stranieri – si legge nella lettera- ma chiediamo che sia vietata la censura preventiva e che non venga violato il diritto costituzionale alla libertà di espressione. Le procedure devono essere trasparenti, si dovrebbe istituire un dipartimento apposito per regolare la censura, non facendo riferimento ad un vago ed introvabile 'dipartimento competente'. Secondo quali criteri si è deciso di applicare la censura per casi quali i disastri nelle miniere, i bambini schiavizzati nelle fabbriche di  mattoni, gli sfratti violenti, il caso del latte in polvere Sanlu, il sequestro di un registratore di un giornalista da parte di un governatore, lo scandalo dei vaccini nello Shanxi ed altri incidenti? Non possiamo accettare la violazione del diritto all'informazione". Un'opinione forse espressa con cautela proprio nella speranza di farsi ascoltare, ma che denota un sentimento diffuso in Cina: ci va bene non disturbare il manovratore, ma vogliamo sapere dove ci sta conducendo e interloquire con lui se riteniamo che stia sbagliando strada.

 

GOOGLE ABBANDONA LA CINA? LE REAZIONI DELLA GIOVENTU' NAZIONALISTA E DEI MEDIA UFFICIALI

 

La posizione che ha assunto il governo di Pechino in merito alla vicenda è netta. La Cina ha reagito a muso duro alle accuse di  essere il colpevole degli attacchi hacker che hanno dato il via a tutta la vicenda, ma contemporaneamente il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, ha dichiarato che l'abbandono di Google non "danneggerà le relazioni sino-americane, a meno che la questione non venga politicizzata". Gli attacchi più virulenti, però, sono arrivati dalle colonne di numerosi media di Stato, attraverso gli articoli di molti polemisti. Qui la posizione è molto esplicita: Google è uno strumento legato a doppio filo all'intelligence americana, che lo utilizza come strumento di soft power, veicolando contenuti per destabilizzare la situazione interna cinese. Un editoriale del China Daily del gennaio scorso accusa Washington di avere creato una "brigata di hacker" che, attraverso social network come Twitter e YouTube, sarebbe colpevole di avere fomentato i disordini in Iran successivi alle scorse elezioni. "Le agenzie di intelligence USA possono completamente controllare, seguire e cancellare online le informazioni contrarie all'interesse nazionale americano –si legge nell'editoriale- ed è quindi ridicolo, in questa situazione, che gli Stati Uniti d'America chiedano ad altri paesi la libera circolazione delle informazioni sul web". Nel mese di marzo, con la decisione di  Google di sbloccare i contenuti sgraditi, gli attacchi si sono moltiplicati: l'agenzia di stampa di Stato Xinhua  accusa l'azienda di Mountain View di seguire "un'agenda politica", si domanda "se  Google sia davvero una compagnia commerciale, e quali siano le vere intenzioni di chi la sostiene nell'ombra", con un interessante riferimento alle "cosiddette 'rivoluzioni colorate'" di cui Google sarebbe l'araldo. "Quando Google ha lasciato la Cina continentale, dentro di me ho pensato: 'Finalmente hai levato le tende'", scrive un editorialista del Bandao dushibao- "Credo che i cinesi non abbiano bisogno di una tromba del governo americano che strilla tutto il giorno nelle loro orecchie: le libertà democratiche in Cina sono una questione che riguarda i cinesi". Opinioni che si riflettono nei commenti della gioventù più nazionalista, spesso inquadrata nella Lega Giovanile Comunista, come il ragazzo che su Sina.Com invita al boicottaggio di Mc Donald's, Nike e Kentucky Fried Chicken. All'interno di questa fascia esiste perfino il cosiddetto "Partito dei 50 centesimi": giovani che per ogni commento gradito al governo postato su blog e siti web percepiscono 50 centesimi di yuan; per fronteggiare quella che nel caso della Cina sarebbe una  "contro-rivoluzione colorata",insomma, ci vogliono dei "rivoluzionari colorati". Nel variopinto web cinese c'è spazio anche per loro.


di Antonio Talia

 

a cura di Alessandra Spalletta

 

Hanno collaborato: Emma Lupano, Matteo Miavaldi, Sonia Montrella, Gianluigi Negro, Giulia Ziggiotti.

 

 

Questo articolo è apparso all'interno del Dossier Ispi "Internet e i regimi autoritari: libertà o tecno-utopia?"

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