Gli scandali affondano il calcio cinese

Luca Veronese
Sono in carcere, la polizia non ha fatto sapere in quale carcere, ma le autorità di Pechino hanno confermato che Lu Jun, Huang Junjie e Zhou Weixin - tre arbitri, tra i più rispettati del paese - sono stati arrestati ieri in Cina con l'accusa di aver intascato mazzette per truccare le partite del campionato cinese di calcio.
«Se qualcuno ha fatto qualcosa di sbagliato dovrà immediatamente restituire il denaro percepito illegalmente. Spero che i colpevoli possano confessare di propria iniziativa per non perdere la possibilità di salvarsi», ripete da giorni Wei Di, il commissario speciale chiamato a mettere ordine nel caos del calcio cinese. «Sono rimasto scioccato e ferito quando ho saputo che il nome di Lu è stato accostato a questo scandalo. È un arbitro di grandissimo valore in campo ma la sua morale è tutt'altra cosa rispetto alla sua fama di fischietto d'oro», ha aggiunto Wei Di.
Lo scandalo che da gennaio sta travolgendo il calcio cinese ha già fatto saltare poltrone eccellenti, anche molto vicine al potere centrale. Il primo a finire in manette è stato infatti Nan Yong, il potente presidente della federcalcio nazionale: avrebbe minacciato calciatori e direttori di gara per favorire il totonero. Con lui, lo scorso gennaio, sono stati fermati due suoi stretti collaboratori. Da allora le indagini sulle partite truccate e sulle scommesse nel calcio, hanno portato agli arresti di almeno venti dirigenti e giocatori. In carcere anche il capo degli arbitri Zhang Jianqiang. Due squadre - il Guangzhou e il Chengdu Blades - tra le più importanti della Chinese Super League sono state retrocesse. Un terzo club, il Qingdao Jonoon è stato radiato per sempre dal massimo campionato.
Ieri la polizia ha bussato alla porta dei tre arbitri. Lu Jun, 51 anni, ha messo assieme più di 200 partite del campionato cinese dal 1991 al 2005; per due anni votato come miglior arbitro in Asia, nel 2002 è stato selezionato dalla Fifa per i Mondiali di Corea e Giappone. Huang è stato nominato miglior arbitro in Cina nella passata stagione. Zhou ha smesso di dirigere nel 2004 dopo essere stato sospeso dalla federazione: otto turni per una clamorosa svista.
Il loro incubo, nelle prime notti in cella, è Gong Jianping, un loro collega che ammise di aver manipolato alcuni incontri, in cambio di 50mila dollari, e nel 2002 venne condannato a dieci anni di prigione per poi morire in pochi mesi mentre stava scontando la pena. In Cina la legge sulla corruzione è durissima e gli arbitri di calcio per il codice penale sono come i dipendenti pubblici: la pena per quelli che accettano tangenti superiori ai 100mila yuan, poco meno di 15mila dollari, va da un minimo di dieci anni di reclusione fino alla pena di morte.
La rete illegale scoperta dalla polizia ha un proprio tariffario. Con una partita aggiustata - secondo le prime indiscrezioni - un arbitro mette in tasca l'equivalente di almeno 5mila dollari, se la gara è decisiva si arriva a 12mila. Ma anche i giocatori sono sotto accusa: pagati per perdere o solo per fingere un infortunio. E il marcio sta anche nella Nazionale, pur esclusa dai Mondiali in Sudafrica della prossima estate: alcuni atleti avrebbero sborsato anche 15mila dollari per una convocazione.
Ma la Cina non può accettare che nel calcio la corruzione sia diventata regola. Pechino si batte per la reputazione dell'intera nazione: ancora di più dopo le Olimpiadi organizzate nel 2008, lo sport è strategico, lo sport non può essere sporco. Il regime deve rimediare, ha i suoi metodi, non va per il sottile: per sconfiggere i corrotti ecco un "campo di rieducazione", realizzato in località come è ovvio segreta. Oltre duecento arbitri e dipendenti della federazione saranno costretti a partecipare a cinque giorni di corsi, lezioni antitangenti e un esame finale: «La rieducazione degli arbitri - ha detto Wei Di - è una parte importante della nostra campagna anti corruzione. I colpevoli faranno meglio a confessare gli errori prima che sia tardi».
Il campionato dovrebbe cominciare il 27 di questo mese, gli sponsor sono in allarme. Il calcio come business non si è ancora affermato: dal 2004, anno della rifondazione del massimo torneo, sono già scappati Siemens, iPhox e Kingway. Pirelli forse già si pente di un contratto di due anni firmato nel 2009. Gli scandali non aiutano e tutto rischia di saltare: «Non possiamo proteggere così tante persone che hanno violato la legge, con il solo scopo di mantenere il campionato», ha detto, quasi arrendendosi, Wei Di.
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18/03/2010