Giornali cinesi chiedono diritti per i migranti

Gianluca Di Donfrancesco
Con un'iniziativa forse unica per la Cina, ieri 13 giornali hanno pubblicato un identico editoriale di copertina che lancia un appello al governo, «implorandolo» di accelerare la modernizzazione con la riforma del sistema dei certificati di residenza. L'hukou, questo il nome cinese, è accusato di privare di diritti elementari decine di milioni di lavoratori emigrati dalle campagne.
Nato nella Cina antica per registrare i nuclei familiari e tassarli, l'hukou divenne poi un sistema per controllare i flussi demografici interni. E con questo spirito fu rilanciato dal Partito comunista alla fine degli anni 50. All'epoca della trasformazione della proprietà terriera rurale in comuni, questo sistema di passaporti interni divise gli abitanti delle città dai contadini, confinando questi ultimi nelle zone rurali e impedendone il libero spostamento. In sostanza, o si risiedeva in un comune rurale o si aveva un hukou urbano e si lavorava nelle aziende di stato. I permessi urbani erano contingentati e ottenerne uno significava passare attraverso una lunga trafila burocratica. Ancora negli anni 80, essere sorpresi nelle città senza un hukou valido poteva costare il carcere e il "rimpatrio" nelle campagne.
Solo negli ultimi tre decenni, il sistema ha cominciato a permettere maggior libertà di spostamento anche per rispondere all'immensa domanda di manodopera dei centri industriali in rapida espansione. Oggi in Cina ci sono 150 milioni di lavoratori migranti. Ma questi "contadini" espatriati scontano gravi discriminazioni. Lo status hukou non è modificabile e vivere in una città senza un passaporto urbano significa non avere accesso a servizi come assistenza medica e istruzione (disponibili solo nei luoghi di residenza, assegnati in base all'hukou dei genitori). Vaccinare un bambino contro l'influenza può costare fino a un quarto dello stipendio e i figli che i migranti riescono a portare con sé spesso non possono frequentare le scuole. Sono molte centinaia di migliaia i minori in queste condizioni. Così molti nuclei familiari si spezzano, con i genitori che lasciano i figli nei villaggi rurali, salvo poi riversarsi a decine di milioni sui treni che li riportano dai familiari in occasione del capodanno cinese.
La riforma dell'hukou è questione dibattuta in Cina da almeno un decennio e l'editoriale comparso ieri non fa che dar voce al malcontento con toni molto accesi, tanto da riecheggiare quelli dei movimenti rivoluzionari studenteschi di fine anni 80, poi sfociati nei moti di piazza Tienanmen. L'appello/critica al governo non è stato pubblicato dalle principali testate controllate dallo stato, ma compare su riviste influenti e su quotidiani che coprono un'ampia porzione del territorio oltre a essere stato ampiamente ripreso dai portali internet. Il sistema dell'hukou è descritto come una «segregazione» che impone «pesanti catene invisibili su tutti i cittadini». Un sistema che alimenta truffe e corruzione con la compravendita di permessi urbani, offerti anche su internet. Per un hukou di Pechino si può sborsare fino a 14mila dollari, con il rischio di ritrovarsi in mano un pezzo di carta senza valore, come ha recentemente avvisato la polizia della capitale.
L'editoriale arriva a pochi giorni dall'Assemblea nazionale e dell'Assemblea consultiva del popolo, che cominciano venerdì e che sono l'unico momento di confronto tra i dirigenti delle province e quelli nazionali. Il tema e già in agenda, da tempo infatti è al centro delle preoccupazioni del regime. In una chat online con gli studenti, sabato scorso, il premier Wen Jiabao ha promesso di accelerare la riforma.
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02/03/2010