GEITHNER: LA STRADA  DELLA CINA E' GIUSTA

Roma 25 ott.- Una maggiore flessibilità del tasso di cambio dello yuan continua a essere l'obiettivo di Pechino. Lo fa sapere il segretario del Tesoro americano Timothy Geithner che in un'intervista rilasciata a Bloomberg alla chiusura del vertice del G20 finanziario ha dichiarato che "è nell'interesse della Cina raggiungere un più alto tasso di cambio sul dollaro se vuole impedire alla Federal Reserve statunitense di esercitare un controllo pervasivo sulle politiche monetarie". "La Cina è un Paese indipendente e una grande economia – ha dichiarato Geithner – e deve poter gestire con maggiore flessibilità le politiche che rispondono meglio alle esigenze interne. Questo significa che il governo cinese continuerà ad aumentare il tasso di cambio ma con tempi diluiti. La Cina ha imboccato la strada giusta e ci aspettiamo che la percorra fino alla fine".

 

 

Da tempo gli Usa stanno combattendo un lungo braccio di ferro con il Dragone, che viene da più parti accusato di mantenere artificialmente basso il valore dello yuan per garantirsi un vantaggio sleale nelle esportazioni. Dopo un ancoraggio di quasi due anni al dollaro, lanciato per difendersi dalla crisi, nel giugno scorso Pechino ha acconsentito a una leggera fluttuazione, che ha però condotto a una modesta rivalutazione attorno al 2,5%. Decisamente troppo poco per chi nell'export subisce dal Dragone una concorrenza sempre più pervasiva: il Giappone è intervenuto sul proprio tasso di cambio per la prima volta in sei anni e successivamente, come tasselli di un domino, sono state adottate misure dirette o indirette da Corea del Sud, Singapore, Taiwan, India, Brasile e Svizzera.

 

 

Concluso il vertice del G20 a Gyeongju, il segretario del Tesoro americano è volato a Qingdao dove ha incontrato il vice premier cinese Wang Qishang. I due avrebbero discusso del prossimo G20 che si terrà a Seul il prossimo 11 e 12 novembre, un appuntamento carico di aspettative dopo il fallimento del vertice del Fondo Monetario Internazionale a Washington e della conferenza di Shanghai (leggi questo articolo) dai quali non sono emersi accordi sostanziali simili a quelli del Plaza che negli anni '80 decisero un apprezzamento controllato dello yen giapponese. Nessun dettaglio è stato rilasciato, ma dopo il faccia a faccia con il vice premier cinese le tensioni sembrano essersi allentate. E dopo essere stata indicata per mesi una "manipolatrice di valuta" – l'etichetta non è mai stata utilizzata ufficialmente dall'amministrazione Obama - la Cina è diventata, a detta di Geithner, un esempio che anche altri Paesi in via di sviluppo dovrebbero seguire: "I Paesi con cambio fisso sottovalutato hanno assunto l'impegno di muoversi verso un sistema di mercato proprio come sta facendo la Cina" aveva affermato nel corso della conferenza stampa al termine del G20 finanziario Geithner. Lo stesso segretario del Tesoro americano, nonostante avesse bloccato qualche settimana l'uscita di un rapporto del Tesoro che avrebbe potuto formalmente accusare la Cina di manipolazione di valuta, non aveva esitato  a  definire lo yuan "sostanzialmente sottostimato" e il comportamento di Pechino "sleale verso l'America e per tutti gli altri partner commerciali".

 

 

Lo scorso 30 settembre la Camera dei Rappresentanti USA ha approvato una norma che, se perfezionata, potrebbe potenzialmente condurre all'applicazione di tariffe sulle esportazioni dalla Cina, mentre il presidente di Bundesbank Axel Weber aveva dichiarato che in un eventuale conflitto monetario la Cina avrebbe "enormi responsabilità". Nel corso del vertice straordinario convocato a Shanghai lunedì 18 Dominique Strauss-Kahn non aveva parlato esplicitamente di guerra di valute, ma quello lanciato al termine del vertice era sembrato al tempo un allarme e un appello alla cooperazione. Le dichiarazioni di Geithner suggeriscono un allontanamento repentino dell'amministrazione Obama dalle posizioni bellicose delle ultime settimane, riassunte nel timore espresso da Dominique Strauss Khan - "molto grave il rischio di conflitti valutari"all'apertura dell'ultimo vertice FMI a Washington?

 

 

 

"Che lo Yuan sia da anni artificialmente mantenuto sottovalutato rispetto ad altre monete come l'Euro, il Dollaro o lo Yen è un dato di fatto incontrovertibile" afferma Edoardo Agamennone, del Department of Financial and Management Studies del SOAS-Universita' di Londra. "Quello che invece stupisce - continua Agamennone - è che, dopo essersene avvantaggiato per anni (vedi delocalizzazione di massa delle grandi corporations americane e relativo lobbying pressante per l'ingresso della Cina nel WTO), l'establishment americano se ne sia reso conto solo ora, stranamente a ridosso di difficili elezioni di mid-term. Sarebbe interessante vedere lo scenario immaginario di una Cina che rivaluta lo yuan secondo le richieste di Geithner e Obama, con effetti fortemente negativi sull'inflazione statunitense ed effetti pressoché inesistenti sulla produzione e sull'occupazione, dal momento che la produzione si sposterebbe in paesi come l'Indonesia o il Vietnam (cosa che peraltro sta già avvenendo)". "Stupisce poi – aggiunge Agamennone - la reazione del presidente dalla Bundesbank, banca centrale del Paese che negli scorsi 12 mesi ha registrato il più grande surplus commerciale al mondo (di 26 miliardi di dollari superiore rispetto a quello della Cina) e che ha usato, forse in maniera più sottile, l'arma valutaria, spingendo perché paesi come l'Italia, la Grecia o la Spagna entrassero a tutti i costi nell'Euro, salvo poi fornire sussidi impliciti alle proprie impresi in larga scala (uno studio del 2008 dell'Università di Colonia e dell'International Institute for Sustainable Development ha riscontrato più di 180 casi di sussidi non notificati al WTO)".

 

 

© Riproduzione riservata