Due mosse per lo yuan globale

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La rivolta degli uiguri nello Xinjiang ha tolto ai grandi del mondo le castagne dal fuoco. Il rientro improvviso in patria di Hu Jintao, infatti, ha cancellato d'ufficio un tema assai scottante che il presidente cinese avrebbe voluto portare sul tavolo del G8: la creazione di una nuova valuta di regolamento per gli scambi internazionali che sostituisca il dollaro.
«È una proposta impraticabile», ha commentato Angela Merkel dall'Aquila, liquidando sommariamente la questione. Nonostante il giudizio lapidario del cancelliere tedesco, però, la Cina non sta solo lanciando delle proposte (trovando peraltro ampi consensi in tutte le economie emergenti, a partire dalla Russia) per il graduale sganciamento del commercio planetario dal dollaro. Sta anche muovendo passi concreti per individuarne una di sostituzione. Che, sostengono gli osservatori più maliziosi, nei piani di Pechino potrebbe essere proprio lo yuan. E non è un'ipotesi del tutto campata per aria. Negli ultimi mesi, da quando cioè la grande crisi finanziaria ha paralizzato gli scambi globali, la Cina ha iniziato una campagna di promozione della propria valuta senza precedenti.
La prima mossa è stata il lancio di swap valutari per un valore complessivo di 100 miliardi di dollari con sei paesi: Indonesia, Malaysia, Corea del Sud, Hong Kong, Bielorussia e Argentina. L'iniziativa ha rappresentato un'importante apertura di credito verso le nazioni beneficiarie. La seconda mossa è stata ampliare l'utilizzo del renminbi sul mercato dei capitali di Hong Kong, che negli ultimi anni è diventata l'avamposto internazionale della finanza cinese. Per raggiungere quest'obiettivo, Pechino ha già promosso due iniziative distinte.
Sul piano finanziario, ha raggiunto un accordo con le autorità monetarie della città-stato per consentire alle banche locali di emettere obbligazioni denominate in yuan. Hsbc e Bank of East Asia hanno già sfruttato questa nuova opportunità. Sul piano commerciale, invece, il Governo cinese ha varato un progetto pilota che prevede l'utilizzo dello yuan nelle transazioni commerciali internazionali in due specifiche aree geografiche. La prima è appunto quella delle due ex colonie ritornate a fine anni '90 sotto l'egida cinese, Macao e Hong Kong. Nel vecchio possedimento britannico il progetto è già decollato qualche settimana fa coinvolgendo una ventina di aziende.
La seconda è la macro-regione meridionale confinante con Vietnam, Laos, Thailandia e Birmania: in futuro gli scambi tra le province dello Yunnan e del Guangxi con le nazioni dell'Asean (l'associazione che raggruppa una decina di paesi del Sud-Est asiatico), potranno essere regolati in renminbi.
In questo modo, la Cina punta ad aumentare gli scambi commerciali con le due aree coinvolte nel piano che oggi ammontano a circa 400 miliardi di dollari e rappresentano oltre il 20% di tutto il commercio estero cinese. E punta anche a imporre lo yuan come valuta di scambio in tutto il Sud-Est Asiatico, mettendo così fuori gioco il Giappone che negli ultimi decenni ha tentato più volte senza successo di promuovere lo yen come valuta di scambio regionale.
L'idea di trasformare progressivamente lo yuan in una valuta di regolamento internazionale - che ha nel Governatore della People's Bank of China, Zhou Xiaochuan, il suo più ardente sostenitore - è suggestiva e ambiziosa. Ma per prendere corpo dovrà superare due ostacoli piuttosto impegnativi.
Il primo riguarda la piena convertibilità dello yuan, condizione necessaria affinché la moneta cinese si trasformi in uno strumento di pagamento globale. Ma questa, allo stato attuale, sembra ancora una prospettiva molto remota. Per due ragioni. Perché, nonostante la crescita economica degli ultimi anni, il sistema finanziario cinese è ancora molto vulnerabile. E perché il controllo totale del cambio è un'arma preziosa che consente alla Cina di modulare la competitività del made in China sui mercati internazionali: quindi, Pechino non vi rinuncerà a cuor leggero.
Il secondo ostacolo è di natura economica e politica. Il gigante asiatico custodisce nei suoi forzieri poco meno di 2mila miliardi di dollari di riserve valutarie. Circa due terzi di questo immenso tesoro è immobilizzato in asset denominati nel biglietto verde: la Cina, infatti, è la principale finanziatrice planetaria del debito pubblico e privato americano.
Le due superpotenze sono quindi ostaggio l'una dell'altra. Oggi più che mai, Washington ha bisogno dei soldi del Dragone per finanziare il suo gigantesco e lievitante debito pubblico. E la Cina, sebbene sia sempre più preoccupata dalla sua eccessiva esposizione verso Stati Uniti, è costretta a continuare a finanziare il debito Usa, perché, se decidesse di liquidare le sue posizioni in dollari, il suo grande creditore rischierebbe di crollare al tappeto. E con lui anche il valore del dollaro e degli investimenti cinesi sull'altra sponda del Pacifico.
Insomma, le due superpotenze si trovano in un punto di equilibrio che ricorda molto la Mutua distruzione assicurata dei tempi della Guerra Fredda: solo che oggi al posto dell'Unione Sovietica c'è la Cina, e al posto delle testate nucleari ci sono gli asset in dollari detenuti da Pechino. In questa situazione, è difficile trovare il coraggio di sparare per primi.
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