Dove c'è oro, c'è Cina

di Roberto Capezzuoli

Una volta comperare oro era un segno di benessere. Oggi lo si fa per paura di perderlo, il benessere. Il timore che altre forme di risparmio siano rischiose e l'ipotesi che in un futuro più o meno vicino si affacci l'iperinflazione hanno scatenato dall'autunno scorso gli acquisti di monete e lingotti d'oro, in Italia come in tutto il mondo.
Anche gli Exchange traded fund (Etf) hanno incontrato il favore degli investitori: pari a un decimo di oncia, scambiati come un titolo azionario, gli Etf replicano il valore dell'oro al fixing e sono garantiti dall'accantonamento di una pari quantità di metallo nei caveau della società emittente. Non hanno il fascino del possesso e comportano un costo di stoccaggio, ma liberano dai rischi connessi con il movimento fisico. Una ricetta che ha spinto il più noto di questi strumenti, l'Spdr Gold Trust, a controllare all'inizio di aprile una punta record vicina a 1.128 tonnellate di metallo, più delle riserve auree cinesi o svizzere.
L'investimento corre, i gioielli no
La chiave di volta dei prezzi alti è l'investimento: nel 2008 è aumentato del 76%, mentre la gioielleria ha assorbito il 10% in meno, secondo i dati del World Gold Council, che rappresenta i principali gruppi auriferi mondiali. I rincari dell'oro, completamente slegati dal mercato del gioiello, hanno avuto un andamento che non è stato ancora accostato a quello di una "bolla", ma solo perché sul passaporto del metallo spicca sempre la qualifica di «bene rifugio».
Gli sviluppi delle quotazioni trascurano i consumi industriali: la paura dell'inflazione porta ossigeno al Toro, mentre la deflazione, almeno in teoria, dovrebbe dare vigore all'Orso. Altri possibili elementi rialzisti sono la produzione mineraria non eccezionale e le scarse vendite delle Banche centrali. Una pressione contraria viene dalla frequente cessione di oro vecchio, che alimenta l'offerta specialmente in molti paesi dell'Asia.
Le conseguenze sull'oreficeria sono pesanti. Forse il settore in Occidente era già al tramonto, sommerso dalla concorrenza dell'alta tecnologia. Ma oggi soffre anche l'India: comprare gioielli in occasione del festival Akshara Tritiya, a fine aprile, è considerato augurio di prosperità, ma nel 2008 le vendite per Akshara Tritiya sono calate dell'11% e quest'anno dell'8%, a 45 tonnellate, cifra che si temeva persino peggiore.
Peggiore è certamente il preconsuntivo tracciato per l'Italia da Stefano De Pascale, direttore generale di Federorafi: restiamo leader del settore in Europa, però nel primo trimestre il valore della produzione italiana è calato del 20% e i segnali di ripresa sono timidi, frenati dalla crisi negli Usa (dove c'è l'ulteriore ostacolo del dazio sui gioielli di provenienza Ue) e dalla concorrenza a basso costo di India, Cina e Turchia.
Le riserve delle Banche centrali
Se la presenza dell'oro nel nostro tessuto produttivo perde vigore, non così si può dire delle riserve auree della Banca d'Italia. Sono 2.451,8 tonnellate, che ai valori di venerdì sera (930,90 $/oz a New York) superano 54 miliardi di euro. Un'analisi del Financial Times "premia" proprio l'atteggiamento cauto assunto da Palazzo Koch. Negli ultimi dieci anni infatti diversi altri istituti hanno ceduto complessivamente riserve per 3.800 tonnellate, ricavandone circa 56 miliardi di dollari. Anche aggiungendo a questa cifra 12 miliardi di ipotetici interessi, non si arriva nemmeno vicino al valore odierno, che supererebbe i 110 miliardi.
L'analisi è stata pubblicata per il decimo anniversario del comunicato con cui Gordon Brown, allora Cancelliere dello Scacchiere, annunciò la decisione di vendere buona parte delle riserve auree della Banca d'Inghilterra. La cessione avvenne con una procedura trasparente, attraverso periodiche aste da 25 tonnellate ciascuna e con immediata pubblicazione del prezzo di aggiudicazione. Il primo lotto, venduto il 6 luglio 1999 a 261,20 $/oz, spaventò il mercato, già depresso, e due settimane dopo l'oro cadde al minimo ventennale di 252,80 $/oz.
I presupposti per cedere le riserve però non mancavano: nei dieci anni precedenti i prezzi non avevano dato grandi soddisfazioni e la decisione di Brown suscitò dissensi solo tra chi temeva un tracollo delle quotazioni. Un investimento in oro, di fatto, era considerato anacronistico.
I fattori Pechino e Fondo monetario
Oggi la percezione si è modificata parecchio. La Cina nei giorni scorsi ha ammesso di aver segretamente comprato 454 tonnellate di metallo, in prevalenza dalle miniere locali, che a un ritmo d'estrazione di 290 tonn./anno sono in testa alla graduatoria mondiale, davanti a quelle australiane e sudafricane. Pechino ha quindi portato le riserve a 1.054 tonnellate, ma venerdì Sun Zhaoxue, presidente della China Gold Association, ha confermato che gli acquisti continueranno: «Ci vorrà tempo – ha detto – ma un graduale aumento ci sarà». Oggi il metallo rappresenta solo l'1,6% delle riserve cinesi complessive e l'intenzione è di portare il totale al 3% in cinque anni.
Non si può escludere che Pechino rilevi direttamente dal Fondo monetario internazionale (Fmi) le 403,3 tonnellate che paiono pronte per essere cedute. Su questo oro tuttavia si accenderanno discussioni prolungate. La vendita ha bisogno dell'85% dei voti dell'Fmi, quindi dell'assenso americano (Washington controlla il 17%), e questo sembra possibile, ma solo se la destinazione dei fondi raccolti sarà a sostegno dei paesi poveri, come richiesto dal Crockett Committee, creato nel 2007 per studiare la sostenibilità dei finanziamenti dell'Fmi.
Inoltre non è da escludere un'adesione dell'Fmi alle 15 Banche centrali europee che hanno concordato nel settembre '99 – e rinegoziato nel 2004 – i limiti alle cessioni di metallo (oggi i 15 non possono vendere più di 500 tonnellate all'anno in tutto). L'accordo scadrà il 26 settembre e i prezzi non pare abbiano necessità di difensori, ma Nout Wellink, uno dei governatori della Bce, ha affermato che c'è l'intenzione di rinnovare il patto, anche se vendere in questa congiuntura promette buone entrate, contrariamente a quanto avveniva in passato.
Purché le promesse dell'Fmi sulla destinazione dei ricavi non siano come quelle di Berna: la Svizzera a partire dal maggio del 2000 mise in vendita un totale di 1.300 tonnellate delle proprie riserve (il Financial Times calcola che l'operazione, con il senno di poi, abbia "bruciato" 19 miliardi di dollari) giustificando la mossa con la necessità di finanziare la Fondazione pubblica di solidarietà con le vittime di persecuzioni e discriminazioni. Un nobile intento, oltre che una sorta di risarcimento per quelle vittime dell'Olocausto mai rientrate in possesso dei conti aperti in Svizzera. Peccato che poi i Cantoni abbiano preferito un uso più prosaico.
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17/05/2009