DIAOYU: NUOVE TENSIONI TRA CINA E GIAPPONE 

DIAOYU: NUOVE TENSIONI  TRA CINA E GIAPPONE 

Roma, 20 ott.- Continua il braccio di ferro tra la Pechino e Tokyo per le isole Diaoyu-Senkaku: secondo il quotidiano nipponico Yomiuri Shinbun, che ha diffuso la notizia solo oggi, il 14 ottobre scorso la Cina avrebbe di nuovo inviato 3 navi pattuglia al largo dell'arcipelago conteso. L'intenzione del Dragone sarebbe stata quella di "proteggere i diritti dei pescatori cinesi che operano nel Mar Cinese Orientale", riferisce l'agenzia di stampa giapponese Jiji press, riportando le dichiarazioni di fonti della Marina cinese.

 

Le tensioni tra le due potenze proseguono ormai da sei settimane: l'8 settembre un peschereccio cinese era stato fermato dalle autorità giapponesi al largo delle Diaoyu-Senkaku dopo una collisione con due motovedette nipponiche; ne è seguito l'arresto dell'equipaggio, rilasciato subito dopo, e del capitano dell'imbarcazione Zhan Qixiong, trattenuto invece  per oltre 15 giorni sull'isola di Ishigaki con l'accusa di aver intenzionalmente provocato l'urto.

 

La vicenda dell'arresto ha provocato l'ira di Pechino, che ha risposto cancellando una serie di incontri diplomatici già fissati dalle due potenze, bloccando gli scambi bilaterali a livello ministeriale e rifiutando qualsiasi incontro con il primo ministro giapponese Naoto Kan durante il  vertice delle Nazioni Unite di New York. Tokyo aveva inoltre denunciato un blocco delle esportazioni di minerali terre rare dalla Cina, che ha sempre negato l'utilizzo dell'export di queste risorse fondamentali per l'industria del Sol Levante come strumento di pressione sui rivali. Ma se dopo il rilascio di Zhan Qixiong le due potenze asiatiche sembravano ormai aver imboccato la via della riappacificazione, nelle ultime settimane l'esplosione di manifestazioni antinipponiche in Cina e i cortei nazionalisti davanti all'Ambasciata cinese a Tokyo hanno di nuovo portato la tensione oltre il livello di guardia.

 

La questione del controllo delle isole Diaoyu- Senkaku – oggetto di una storica contesa territoriale- ha riacceso il tradizionale sentimento anti-Tokyo, maturato in seguito alle atrocità commesse dagli invasori nipponici durante la guerra sino-giapponese. Il risentimento ha raggiunto il culmine lo scorso fine settimana, quando le proteste si sono protratte per tre giorni consecutivi. E mentre lunedì il ministro del Commercio Akihiro Ohata  invitava con toni pacati la Cina a mettere fine alle proteste, il ministro degli Esteri Seiji Maehara si è espresso in modo meno diplomatico, definendo "isteriche" le reazioni giapponesi. A gettare ulteriore benzina sul fuoco è intervenuto anche l'ex primo ministro Shinzo Abe, che ha accusato la Cina di utilizzare la dottrina del Lebensbraum per estendere i propri domini, in un chiaro riferimento al linguaggio nazista.

 

Immediata la risposta di Pechino: "È assurdo, – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu - non riusciamo a credere che un ministro degli Esteri possa pronunciare frasi del genere. È nell'interesse di entrambi i Paesi migliorare i rapporti, ma le parole del ministro conducono nella direzione opposta". La contesa, tuttavia, non ha solo ragioni puramente nazionalistiche: che si scelga di chiamarlo Diaoyu o Senkaku, infatti, l'arcipelago disabitato nasconde ingenti risorse di petrolio e gas naturale.

 

 

di Sonia Montrella

 

 

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