DENTRO IL MODELLO CINA, IL CONVEGNO AGICHINA24

DENTRO IL MODELLO CINA, IL CONVEGNO AGICHINA24
Roma, 03 nov.- "Il futuro della Cina sta nella società". La frase che il dissidente premio Nobel per la Pace pronunciò nel 2005, sintetizza uno dei temi fondamentali affrontati nel corso del convegno "Dentro il Modello Cina – quadro politico e sviluppo economico" organizzato a Roma da Agichina24, ex facoltà di Studi Orientali dell'Università Sapienza di Roma, GEI e ISPI, con il sostegno di Istituto Confucio e Mandarin Capital Partners. Tra i relatori della sessione dedicata alla politica interna: Suisheng Zhao, docente presso il Center for China-Us cooperation, Graduate School of International Studies dell'Università di Denver; Bo Zhiyue, Senior research fellow presso il National East Asian Institute dell'Università di Singapore; Jean-Philippe Béja, direttore di ricerca e Senior Researcher al Centre National de la Recherche Scientifique-Centre d'Etude et de Recherches Internationales di Parigi; e Marina Miranda, professore di storia contemporanea presso al facoltà di Studi Orientali dell'Università di Roma La Sapienza.
 
Dopo aver affrontato a testa alta la crisi finanziaria, la Cina si prepara ad affrontare una nuova 'sfida': nel 2012 i politici che hanno indicato al Dragone la via della crescita economica andranno 'in pensione', lasciando il passo ai leader di V generazione che, se tutto procede come da copione, saranno guidati da Xi Jinping, neoeletto vice presidente della Commissione militare centrale, l'ultimo gradino da superare per accedere alla presidenza della repubblica. Di recente si è parlato molto di riforme politiche in grado di garantire ai cinesi maggiori libertà. Ne aveva parlato qualche mese fa Wen Jiabao in un'intervista rilasciata alla CNN e nel corso di un suo intervento dello scorso agosto a Shenzhen. Poi, il conferimento del Nobel a Liu Xiaobo ha intensificato le richieste che si sono alzate non solo da elementi considerati 'rivoltosi' da Pechino, ma anche da quelli più 'insospettabili' come i veterani del PCC e dei media di stato ora in pensione che qualche giorno dopo la nomina di Liu hanno indirizzato al partito una lettera aperta contro la censura. Quali sono i cambiamenti in atto nella società civile? Il cambio di guardia del 2012 garantirà continuità o rappresenterà una rottura? Cosa bisogna aspettarsi?
 
E' stato Jean-Philippe Béja a tracciare un quadro dell'attuale situazione cinese, provando a fare alcune previsioni. L'incremento del controllo del PCC è iniziato dopo i fatti di Tian'anmen, ha spiegato Béja. "E' sbagliato affermare che in Cina le riforme economiche hanno preceduto quelle politiche. E' l'esatto contrario". La stretta è arrivata dopo i fatti di Tian'anmen, continua Béja, e dopo il tentativo di negoziazione con gli studenti manifestanti di Zhao Ziyang (allora segretario del PCC). Un gesto che è stato visto dai dirigenti come un tradimento nei confronti dell'unità del partito. Da quel momento il PCC ha imboccato una nuova strada cercando ad ogni costo di frenare forze contrapposte politiche che potrebbero minacciare l'unità. Ciò ha portato a un consenso: tutti i mezzi sono possibili per sviluppare l'economia a patto che sia evitata e scoraggiata qualsiasi organizzazione autonoma che possa minacciare il monopolio del partito. Ma in una società sempre più complessa, mantenere il controllo diventa sempre più difficile. E ancora più arduo è tenere a bada quei movimenti per la difesa dei diritti (weiquan yundong) guidati da organizzazioni non governative. "Sono molti i focolai di protesta che si accendono in varie zone della Cina – continua Béja-. Ci si ribella al governo che spesso per inseguire lo sviluppo economico calpesta i diritti dei cittadini espropriando loro terre e case in cambio di poco denaro".
 
 
Gli episodi di ribellione crescono a ritmi esponenziali tanto che il governo non riesce più a mantenere il controllo su di essi. "All'indomani delle Olimpiadi di Pechino è emerso chiaramente il bisogno di un dibattito sulla natura della stabilità politica. E' stata creata un'amministrazione apposita incaricata di proteggere la stabilità attraverso la repressione delle agitazioni. A ciò si aggiunge il fatto che i funzionari vengono giudicati anche sulla loro capacità di mantenere la stabilità quindi è nel loro interesse impiegare qualsiasi mezzo per raggiungere questo scopo". Nonostante queste misure, Pechino non sembra aver scoraggiato i cittadini a lottare per i propri diritti, anche creando confusione. E non sembrano essere soli. Le parole di Wen Jiabao non paiono sostenere solo le idee del premier, dietro di lui c'è l'intera fazione del PCC guidata appunto da Wen. "Siamo giunti alla fine del consenso dell'89, e forse ci sono forze all'interno del partito che stanno lottando per queste riforme. Non siamo ancora nel clima degli anni 80, ma almeno si sta rimettendo in discussione il patto siglato nell'89".
 
 
Ne è convinta anche Marina Miranda, secondo cui il fatto che le azioni di protesta provengano proprio da ex membri del PCC è un segnale che qualcosa si sta muovendo. Nel corso dell'intervista alla CNN, Wen aveva affermato che "il desiderio di democrazia per una popolazione è irrefrenabile". Dopo un iniziale black out del discorso da parte della maggior parte dei media nazionali, le parole del premier in patria hanno dato il via a una serie di reazioni apparse sui media di stato che hanno poco gradito l'intervento definendo Wen "un attore". Il Guanming Ribao, in un editoriale pubblicato il 4 settembre, ricorda che non bisogna confondere le due tipologie di democrazia. "Questo bisogno di ribadire la posizione ortodossa ci fa pensare che ci sia un interlocutore e che le dichiarazioni di Wen non siano solo del premier ma che ad appoggiare le sue tesi c'è un intera fazione" afferma Miranda. Ma se davvero qualcosa cambierà in nome di una maggiore democrazia, non avverrà alla 'maniera occidentale' garantisce la professoressa Miranda. "I leader cinesi ritengono che la Cina deve fare il proprio percorso. E non sarebbe la prima volta che il Paese sceglie una via alternativa". Una tesi che, spiega ancora Miranda, già Yu Keping anni fa aveva sposato nel suo libro "Democracy is a good thing". La democrazia è buona, aveva affermato Yu (vice direttore dell'Ufficio Compilazione e Traduzione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese), ma non può essere una panacea a tutti i mali e al suo interno contiene alcune contraddizioni. La Cina deve trovare la propria democrazia diversa da quella occidentale. Yu Keping non sostiene quindi la stabilità a tutti i costi, ma la riformulazione di un nuovo contratto attraverso cui la società civile possa esprimersi. Ciò ha un  prezzo: le rivolte possono aumentare e l'unità cinese può essere minacciata, quindi la democrazia deve essere pilotata dall'alto. La democrazia di cui parla Yu non è assolutamente una soluzione occidentale. E a proposito di democrazia cinese, dai relatori arriva una raccomandazione: bisogna usare cautela nel parlare della Cina, occorre sapersi orientare tra l'idea che l'Occidente ha della Cina, spesso nata da una conoscenza superficiale e quella che Pechino vuole far filtrare dai giornali cinesi in lingua inglese. 
 
 
di Sonia Montrella
 
 
© Riproduzione riservata