DAZI E SGAMBETTI TRA USA E CINA

DAZI E SGAMBETTI TRA USA E CINA
Pechino, 27 set.- Si fa sempre più aspra la contesa USA-Cina sulla rivalutazione dello yuan: venerdì scorso una commissione del Congresso americano ha approvato la bozza di una norma per l'applicazione di tariffe sull'import di prodotti cinesi; Pechino, da parte sua, ha annunciato oggi che imporrà pesanti dazi sul pollame proveniente dagli Stati Uniti. Dopo l'adozione della bozza da parte  della House Ways and Means of Committee la palla passa ora alla Camera dei Rappresentanti, che voterà mercoledì prossimo, e successivamente toccherà al Senato: se approvato, il "Currency Reform for Fair Trade Act" consentirà alle società americane di chiedere dazi più elevati sulle merci provenienti da Pechino, una mossa che nelle intenzioni dei promotori della legge dovrebbe servire a compensare gli svantaggi che derivano da uno yuan ancora troppo debole nei confronti del dollaro. "Il tasso di cambio della moneta cinese ha un impatto enorme sui posti di lavoro americani - ha dichiarato il presidente della commissione, il democratico Sander Levin - ed è su questo che abbiamo basato la nostra decisione".

 

Le mosse di Pechino, che a partire dal giugno di quest'anno ha operato un lieve apprezzamento dello yuan, non sono servite insomma a placare le ire di un Congresso sul quale il prossimo novembre incombono le elezioni di medio termine: il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti, al momento, è al 9.6% e il deficit commerciale con la Cina ammonta a 145 miliardi di dollari. Sul banco degli imputati, ancora una volta, c'è lo yuan; una moneta non convertibile che nel luglio 2008 il governo cinese ha nuovamente ancorato al dollaro, attirandosi l'accusa di manipolarne il valore al ribasso per ottenere un vantaggio sleale nelle esportazioni e chiudere alle merci straniere il proprio immenso mercato interno. Da quando l'ancoraggio al biglietto verde è stato sospeso, quattro mesi fa, lo yuan-renminbi si è rivalutato di circa il 2%; ben al di sotto delle aspettative dei parlamentari americani, secondo i quali la moneta cinese viaggerebbe tra il 25% e il 40% al di sotto del suo valore effettivo.

 

"La nostra moneta non è responsabile del deficit commerciale con gli USA o della disoccupazione in America. Se davvero lo yuan venisse apprezzato con questi ritmi, causerebbe la bancarotta di innumerevoli aziende cinesi, provocando la perdita di un immenso numero di posti di lavoro e gravi disordini sociali" aveva dichiarato la settimana scorsa a New York il premier cinese Wen Jiabao. E mentre l'amministrazione Obama - che pur avendo adottato toni duri non ha mai etichettato ufficialmente la Cina come manipolatore di valuta - guarda al prossimo G20 di Seul per esercitare ulteriori pressioni su Pechino, dall'altra parte del Pacifico il ministero del Commercio cinese ha reso noto che applicherà una tariffa fino al 105.4% del prezzo originale sul pollame americano. "Non si tratta di una risposta alle misure adottate dal Congresso americano né ai dazi che l'America sta mantenendo sull'import di freni di produzione cinese - hanno dichiarato i funzionari del ministero - è un provvedimento giustificato dal fatto che gli Stati Uniti esportano verso la Cina pollame a un prezzo inferiore alla produzione, danneggiando la nostra industria".

 

Con 678.2 miliardi di dollari l'anno scorso, quello del pollame è tuttavia uno dei pochi settori sui quali gli USA registrano un surplus commerciale sul Dragone, elemento che lo rende un bersaglio ideale per eventuali ritorsioni commerciali. E anche se le due cose non appaiono strettamente collegate, è scontro anche sul fronte delle agenzie di rating: giovedì scorso la US SEC - la Consob americana - ha respinto la richiesta avanzata dalla Dagong, la nuova agenzia di rating Made in China, per operare sul mercato statunitense. Dagong Global Credit Rating Co., che aveva annunciato lo scorso luglio una sua valutazione del debito sovrano di 50 paesi presentandosi come l'alternativa allo strapotere di Moody's, Fitch e Standard & Poor's (qui l'intervista esclusiva concessa ad AgiChina24), ha già annunciato che darà battaglia. Adesso tutta l'attenzione si sposta verso le nuove votazioni del Congresso USA e al prossimo G20 di Seul - previsto per l'11 e il 12 novembre -, quando le previsioni di una guerra commerciale tra i due colossi potrebbero essere confermate o smentite.

 

 

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