Dalai Lama, la Cina preme su Obama

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina gioca tutte le sue carte per impedire l'incontro tra Barack Obama e il Dalai Lama. Ieri Pechino ha chiesto esplicitamente alla Casa Bianca «di annullare subito» il meeting tra la guida spirituale dei tibetani e il presidente americano programmato il 18 febbraio a Washington.
Il monito lanciato dal governo cinese è destinato ovviamente a cadere nel vuoto. Infatti la Casa Bianca, ieri sera, ha confermato l'incontro. Non basterà certo l'ennesimo richiamo della nomenklatura ad annullare una visita già inserita nell'agenda di Obama dopo una lunga riflessione politica. Un paio di settimane fa, quando la Casa Bianca annunciò la decisione del presidente Usa di incontrare il Dalai Lama, sapeva perfettamente quale sarebbe stata la reazione di Pechino. In fondo, è lo stesso film già visto dagli americani più volte in passato quando i predecessori di Obama strinsero la mano al Dalai Lama sfidando l'ira dei cinesi. E ora il presidente Usa non può fare marcia indietro.
La pressione della Cina questa volta ha raggiunto livelli superiori rispetto ai precedenti incidenti diplomatici causati dalla calorosa accoglienza riservata puntualmente dalle istituzioni americane al Dalai Lama. L'ira del Dragone, infatti, non è rimasta confinata alle condanne di rito che deplorano le ingerenze straniere negli affari interni cinesi. Ma si è tradotta in una serie di reazioni che ha finito per entrare addirittura nello specifico dell'agenda presidenziale americana.
Perché la nomenklatura ha voluto forzare la mano fino a questo punto, pur sapendo che da Washington risponderanno picche? Per tre ragioni. La prima è di natura istituzionale. La Cina considera il Tibet parte integrante del territorio cinese, e il Dalai Lama un secessionista. Ciò premesso, è normale che Pechino stigmatizzi duramente il fatto che un capo di stato straniero incontri un «pericoloso criminale».
La seconda è di natura relazionale. La Cina e i cinesi, che avevano salutato con grande entusiasmo l'ascesa al potere di Obama, oggi sono delusi dalla politica promossa dal presidente americano nei loro confronti. Archiviata la burrascosa era Bush, Pechino pensava di aver trovato in Obama un interlocutore più comprensivo.
Si sbagliava. Obama li ha "traditi" due volte. La prima, lo scorso novembre in occasione della visita in Cina quando, nonostante l'acquiescenza mostrata nei colloqui ufficiali, il presidente Usa pronunciò un discorso pro-diritti umani di fronte a una folta platea di giovani a Shanghai. E la seconda rispolverando lo stesso arsenale di armi anticinesi (misure protezionistiche, critiche al giusto valore dello yuan, ingerenze negli affari domestici), largamente utilizzato in passato dalle precedenti amministrazioni.
La terza ragione è di carattere politico. Nelle ultime settimane, le relazioni sino-americane sono precipitate ai livelli più bassi degli ultimi anni. In un batter d'occhio, Washington e Pechino hanno iniziato a darsi battaglia su un numero crescente di fronti. La rivolta di Google contro la censura. La vendita di armi americane a Taiwan. Le critiche della Casa Bianca al valore irrealistico dello yuan. Il viaggio del Dalai Lama. I dazi antidumping contro le importazioni di polli dagli Usa. Le sanzioni all'Iran.
A ben guardare, la maggior parte di questi dossier ha più un valore simbolico che reale. Ma nello scontro politico-diplomatico ingaggiato dalle due superpotenze che si annuncia sempre più serrato, il volume delle armi schierate sul campo ha la sua importanza. Tutto fa gioco per aumentare la potenza di fuoco da impiegare al tavolo dei negoziati. Comprese le richieste assurde, come quella di annullare l'incontro tra Obama e il Dalai Lama.
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13/02/2010