Dal Dalai Lama mezzo scacco all'arrocco cinese

La decisione del Dalai Lama di lasciare le sue responsabilità politiche nel governo tibetano in esilio apre una fase completamente nuova in questa spinosa vicenda. La convergenza di potere politico e religioso era infatti il punto di forza dell'intera questione tibetana, che da un lato appariva una vicenda di libertà religiosa, e dall'altro era in realtà legata alla richiesta di indipendenza o forte autonomia della regione himalayana dal resto della Cina. Ma era anche il suo tallone di Achille politico, perché nessun governo al mondo poteva arrischiare i suoi rapporti diplomatici con Pechino per ricevere quello che in ultima istanza era un teocrate, il Dalai Lama.
La separazione delle due "carriere" per il leader tibetano ora volta pagina. Naturalmente la storia millenaria delle religioni prova che in realtà è difficile separare con una riga politica da religione e che le sovrapposizioni sono moltissime e molto grandi. Inoltre non sono chiari i rapporti che resteranno tra il Dalai Lama e i leader politici tibetani, molti dei quali rimangono rappresentanti religiosi sotto di lui.
Tuttavia di fronte a questa offerta la Cina potrebbe tendere una mano al Dalai Lama come guida religiosa di una comunità di cinesi, accettando in linea di principio la sua dichiarazione. Ciò potrebbe essere l'inizio della soluzione del problema. Però 60 anni di difficoltà e incomprensioni con i Lama potrebbero spingere Pechino a essere diffidente e prudente come al solito. E questo creerebbe un nuovo spazio politico al Dalai Lama, ora solo religioso. Capi di Stato e leader religiosi di tutto il mondo avrebbero maggior difficoltà nel rifiutare di ricevere un anziano e influente signore ritenuto la reincarnazione di Buddha. Inoltre la Cina avrebbe meno argomenti per tuonare contro i movimenti del Dalai Lama. Questi potrebbe essere ricevuto in fondo come si riceve qualunque guida spirituale. In tal modo la causa religiosa lamaista potrebbe assumere coloriture anti cinesi.
Si tratta di ipotesi per ora, ma anche solo un gesto positivo di Pechino verso il Dalai Lama non sarebbe la fine della vicenda tibetana. La repressione di questi anni in Tibet ha creato nuovi oppositori. Intellettuali tibetani respingono la tradizione buddhista e cercano nuove radici nella più antica tradizione "bon", religione para sciamanica che adora gli spiriti delle montagne.
Invece un eventuale ritorno del Dalai Lama a Pechino aprirebbe la possibilità di conversioni di massa tra i cinesi han (l'etnia maggioritaria) al buddhismo lamaista, già adesso molto popolare. Se ciò avvenisse, chiuderebbe la porta dell'indipendenza del Tibet ma aprirebbe quella del lamaismo come religione universale e, almeno in Cina, di massa: un nuovo grande fenomeno politico per il mondo.
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11/03/2011