Cinafrica, una sfida all'Occidente

di Serge Michel
e Michel Beuret

Nella periferia di Douala, il grande porto del Camerun, su un cartello a bordo strada un giovane disoccupato in cerca di lavoro ha scritto: «Più bravo dell'uomo cinese!». Uno slogan che qui fa ridere tutti, dal momento che non è possibile essere più bravo di un cinese! L'uomo cinese ha trasformato il Paese. Ha eretto stadi, risanato la rete dell'acqua potabile, costruito ospedali e dispensari nella savana. L'uomo cinese ha inoltre introdotto una pianta miracolosa, l'artemisia annua, poco costosa ed efficace contro la malaria.
Abbiamo preso uno dei 28 pullman ultramoderni che dal 2007 collegano Douala alla capitale Yaoundé, veicoli confortevoli, fabbricati dalla Zonda Motor nella provincia di Jiangsu. E che sorpresa ascoltare alla radio una delle star della makossa, il compianto Liu du Kamer, un cinese, morto nel 2006. Ma ad accendere l'ammirazione degli abitanti di Douala, a stupirli, è il rifacimento dei due tronconi della circonvallazione. I lavori sono stati portati a termine dalla China Road and Bridge Corporation (Crbc) con un mese d'anticipo! La strada ha consentito di liberare dal traffico il centro città, da anni un incubo per gli abitanti di Douala.
La Cina rinnova in questo modo la tradizione dei grandi lavori che un tempo realizzava in Africa in nome dell'"amicizia tra i popoli". Lo Zambia ne ha beneficiato a partire dal 1976 con una costruzione inaudita, la Tanzam, una rete ferroviaria di 1.860 chilometri che ha consentito al Paese di uscire dall'isolamento. L'intero continente è inondato da investimenti cinesi e progetti colossali. Il viaggio del presidente Hu Jintao (12-17 febbraio 2009) in Senegal, Mali, Tanzania e Mauritius, il quarto in Africa in cinque anni, ha consentito ai cinesi di aggiornare le statistiche: gli scambi economici tra Cina e Africa sono cresciuti nel 2008 del 45% rispetto all'anno precedente, raggiungendo i 106 miliardi di dollari. Sono dunque decuplicati in otto anni e rappresentano ormai, per esempio, il doppio di quelli francesi. In questa fase di crisi economica, in cui le promesse di concessioni e investimenti fatte l'anno scorso in occasione della crisi alimentare dai Paesi occidentali all'Africa potrebbero non essere mantenute, il presidente Hu Jintao ha ricordato in modo inequivocabile: la Cina non rallenterà il suo aiuto e i suoi investimenti nel continente.
I tempi sono cambiati e anche i mezzi. Forte di 1.200 miliardi di dollari di riserve, la Cina costruisce e investe in tutta l'Africa, che dal 2001 vanta una crescita del 5-6% l'anno. A centinaia di migliaia i migranti cinesi si sono installati ovunque esercitando le più svariate professioni: ingegneri, operai, restauratori, droghieri, sarti e perfino medici. La medicina cinese, meno cara, ha già convinto molti africani. In Nigeria, i nuovi arrivati hanno reso più dinamica la rete di piccole e medie imprese che dà lavoro agli africani (fabbriche di biscotti, stabilimenti di sandali e altro); in Congo un pugno di avventurieri, raggiunti dalle famiglie, si è impossessato del settore del legno; in Angola, oltre agli interessi nell'industria petrolifera, i cinesi risistemano la ferrovia morendo di tanto in tanto sui terreni minati; in Sierra Leone le loro imbarcazioni da pesca rastrellano l'oceano; in Niger, terzo produttore mondiale di uranio, il cui valore si è moltiplicato per dieci dal 2003, i gruppi cinesi stanno rosicchiando pian piano il monopolio del gigante francese Areva. Ogni episodio di questo Far West cinese è una storia rocambolesca.
Con una svolta diplomatica, la Cina è diventata il migliore alleato dell'Angola, oggi il primo esportatore di petrolio del continente. Nel 2002, questo Paese usciva da 27 anni di guerra civile e chiedeva aiuto. Ma Europa e Stati Uniti esigevano più trasparenza dall'amministrazione di Luanda, eccessivamente indebitata e corrotta. Fu allora che la Cina si presentò, senza fare domande, riscattando il debito angolano e aprendo linee di credito per 10 miliardi di dollari, attraverso la Exim Bank of China.
Affamata a causa della crescita economica, la Cina ha bisogno d'energia e di materie prime, di cui l'Africa trabocca: ferro, rame, nichel, oro, coltan. Per quanto riguarda il petrolio, soddisfa già il 30% del suo crescente fabbisogno con il greggio africano. Ogni goccia di oro nero conta, e per andarla a cercare è necessario costruire o rinnovare le infrastrutture del continente, investire nelle vie di comunicazione, rimboccarsi le maniche e assumersi dei rischi. Un'impresa colossale in cui le vecchie potenze coloniali, concentrate sulle proprie aree d'influenza e sempre un po' altezzose, non hanno saputo lanciarsi.
La Cina non ha complessi coloniali e non si assegna una missione politica. È la sua carta migliore. Gli ingegneri cinesi non dormono all'Hilton come i bianchi, ma in cantiere. Salari bassi e modestia, in questo modo la Cina ha conquistato il cuore dell'Africa. Non solo quello delle élite, ma anche quello dei popoli. Vista da Pechino, l'Africa non è dannata e sul continente rinasce la speranza. L'Occidente lo aveva abbandonato negli anni 90 per delocalizzare in Cina e, ironia della storia, è stato in quel momento che i cinesi hanno preso il loro posto. Qualche pioniere all'inizio, degli avventurieri, poi sempre più numerosi contingenti di migliaia di lavoratori. Per insediarsi, la Cina ha ampiamente beneficiato delle privatizzazioni imposte agli Stati africani dall'Fmi e dalla Banca mondiale, che esigono anche dai propri debitori richieste di gare d'appalto internazionale nelle opere pubbliche. E in questo gioco, le grandi aziende cinesi, meno care, hanno ogni volta la meglio.
Il numero dei cinesi che percorre il continente nero oggi è stimato in 750mila, ovvero, fatta eccezione per gli indiani (2 milioni), tanti quanti l'insieme di tutti gli altri esuli: libanesi (250mila), francesi (110mila), americani, inglesi o russi. La Cina è diventata il secondo, quando non il primo, partner commerciale di una buona metà dei 49 Stati africani con i quali intrattiene rapporti. In Sudan, la comunità è talmente numerosa che questa presenza ha generato un vasto mercato di legumi cinesi, coltivati sul posto da legioni di agricoltori cinesi.
Non deve sorprendere che in questi giorni la Cina, insieme con Russia, Iran e Siria, con la Lega araba, i Paesi dell'Unione Africana e della Conferenza islamica, abbia chiesto all'Onu di bloccare il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale dell'Aja nei confronti del presidente sudanese Omar al-Bashir per crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Al-Bashir avrebbe commesso i reati in Darfur nei sei anni di guerra civile. Troppo forti gli interessi cinesi in Sudan (dove Chinese National Petroleum Company possiede il 40% della compagnia petrolifera nazionale e 1.600 chilometri di pipeline) per non schierarsi con il blocco africano-islamico contro «il colonialismo dei bianchi».
Ma anche in Africa cominciano i problemi. Fino a questo momento la politica di non ingerenza di Pechino e il relativo ripiegamento dei bianchi aveva favorito la sua penetrazione sul Continente Nero. Ma l'Occidente e anche altri Paesi emergenti, come India, Brasile e Corea del Sud si stanno rifacendo sotto. Per la prima volta nella sua storia, l'Africa ha la possibilità di scegliere e dire la sua, anche ai cinesi. L'Angola non esita a sbattere la porta in faccia a Pechino. Le proteste dei minatori del rame in Zambia contro lo sfruttatore asiatico che trascura la loro sicurezza sono state molto violente. Nell'Ogaden, in Etiopia, dove i cinesi sondano il terreno alla ricerca di petrolio, nove di loro sono stati uccisi nel 2007 e in Niger le compagnie cinesi di uranio sono diventate il bersaglio dei ribelli tuareg. In Nigeria, Paese in cui la Cina ha aumentato gli investimenti nell'industria petrolifera, i rapimenti sono frequenti. In tutta l'Africa, Pechino prende poco a poco coscienza che per restare è necessario sporcarsi le mani in campo politico. Le grandi manovre africane sono cominciate.
(Traduzione di Stefano Valenti)

IL LIBRO

Un reportage lungo due anni. Il libro del corrispondente di Le Monde dall'Africa occidentale, Serge Michel, e del caporedattore della rivista svizzera L'Hebdo, Michel Beuret - con le foto di Paolo Woods - è il frutto di un viaggio di due anni in Africa, il continente invaso da migliaia di imprenditori cinesi. Il libro sarà nelle librerie da giovedì 12 marzo. Le fotografie di Paolo Woods sono in mostra alla Fnac di Milano fino al 25 marzo. Poi, la mostra si trasferirà a Genova, Napoli, Roma, Torino, Verona.

07/03/2009