Cina volatile e seducente

La Cina conviene ancora? La domanda è banale, ma la risposta non è semplice. In questi giorni le pagine dei giornali sono piene di articoli che parlano di quanto sia ancora forte il suo potenziale di crescita, del nuovo ruolo di locomotiva nell'area asiatica al posto del Giappone, ma anche dei rischi di una crescita un po' troppo impetuosa, con tutto quello che ne consegue.
In effetti, dal punto di vista economico, chi pensava che il paese avesse compiuto buona parte del suo percorso, si sbagliava: le stime dell'Fmi prevedono un tasso di crescita del 10% per il 2010 e del 9,7 per il 2011. Tutto bene, dunque? Sì e no. Dal versante finanziario, infatti, ci sono zone d'ombra che fanno pensare. Sarà che brucia ancora, sarà che ha provocato la più grande crisi degli ultimi 50 anni, ma lo spauracchio di una nuova bolla speculativa lascia tutti sul chi vive. Soprattutto i risparmiatori, visto che gli esperti mantengono un certo ottimismo. Tanto è vero che, nonostante la Borsa abbia già corso molto (+98% Shanghai solo nell'ultimo anno), suggeriscono di destinare sull'area in media l'8% del portafoglio. La percentuale più bassa (circa il 4%) è indicata da Mario Spreafico, direttore investimenti di Schroder private banking, la più alta (15%) da Alessandro Fugnoli, lo strategist passato al team Kairos come responsabile di "Il rosso e il nero", newsletter del gruppo. Nel mezzo si è piazzato Claude Tiramani (6%), gestore del fondo Cina Parvest (Bnp Paribas). Per tutti e tre, comunque, questo mercato è volatile e non privo di rischi, ma le opportunità non mancano, soprattutto in questa fase di correzione. L'importante è non andare all'avventura, ma investire preparati per selezionare adeguatamente strumenti, come fondi comuni, Etf e certificates.
Il settore che in questi giorni è finito sotto i riflettori è quello immobiliare che a detta di molti osservatori è surriscaldato, complice l'eccessiva facilità di ottenere prestiti. Almeno finora. Il recente intervento delle autorità monetarie cinesi per mettere un freno ai prestiti facili è stato un segnale forte in questa direzione. Un segnale che però i mercati non hanno gradito, sia perché indicativo di una situazione di pontenziale pericolo, sia perché c'è il timore che le misure adottare dalle autorità possano rivelarsi insufficienti. Non a caso dopo l'annuncio, i listini asiatici hanno puntato gli indici verso il basso (in una sola seduta hanno accusato perdite comprese tra l'1 e il 3,6%).
«Da sempre sulla Cina si fanno le solite obiezioni – spiega Alessandro Fugnoli –: le statistiche poco affidabili, un insostenibile modello di crescita e l'economia drogata. Tutti timori che finora non si sono mai concretizzati, anche perché lo Stato adotta una politica dirigista e ogni volta che c'è stato un problema è sempre intervenuto. La Cina può essere paragonata a una bicicletta che continua a pedalare, anche perché se si ferma, cade. Si sottovaluta la capacità tecnocratica di attuare politiche keynesiane». In sostanza l'idea è che attraverso lo Stato, vengano varate strategie espansive quando serve e viceversa. Un altro elemento da valutare per ragionare sul futuro della Cina è il ruolo della domanda interna. «È questa la vera scommessa – sostiene Mario Spreafico –: per la crescita del paese è più importante del flusso legato al commercio internazionale. La sfida sarà la capacità di riallocare le risorse in maniera efficiente, ma la classe politica si sta muovendo in questa direzione. Non credo, poi, che la recente stretta creditizia sia indicativa di un rischio, la vedo semmai come una sorta di exit strategy dopo i grandi stimoli dati all'economia. Per quanto riguarda il tasso di crescita, non penso che il 10% sia eccessivo anche perché in un paese così popoloso è fisiologico l'8%. La questione sarà la capacità della Cina di consolidare questa crescita».
E su questa capacità punta il dito anche Claude Tiramani. «Il primo ministro cinese – dice – ha affermato che la Cina entra nella sua seconda transizione. La prima era la crescita basata sulle esportazioni, la seconda punta a riequilibrarla verso i consumi interni, rendendola meno dipendente dall'export e più attenta all'ambiente. Anche il peso borsistico dovrebbe convergere con quello economico, non solo con la quotazione di nuove società, ma anche con una performance superiore del mercato, sostenuto dalla crescita mondiale». Insomma la carne al fuoco è tanta. Speriamo non bruci.
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IL PESO

Quanto investire



L'8% è la percentuale media che si potrebbe investire sul mercato cinese. La cifra è stata ottenuta facendo la media aritmetica delle percentuali suggerite dagli esperti. In particolare, Alessandro Fugnoli (Kairos Partners) ha indicato il 15%, Mario Spreafico (Schroder) il 4% e

Claude Tiramani (Bnp Paribas) il 6%. Il mercato è volatile e può presentare dei rischi, ma secondo gli esperti le opportunità non mancano.

30/01/2010