Cina, un gigante dell'economia già nel Duecento

di Valerio Castronovo

La Cina è diventata una grande potenza economica, dopo che negli ultimi due decenni, sulla scia delle riforme avviate negli anni Ottanta, ha intrapreso la strada dello sviluppo all'insegna di una sorta di "socialismo di mercato". Ma già in un lontano passato essa lo era stata, tanto da suscitare lo stupore e l'interesse di quegli europei che vi erano capitati lungo i loro peripli commerciali e che poi ne avevano diffuso l'immagine in Occidente. Al punto di dare la sensazione che si trattasse di una terra ricca, a cominciare da una florida agricoltura.
Era stata questa l'impressione che la Cina aveva destato in una schiera di mercanti e viaggiatori al tempo in cui essa era sotto la dominazione dei Mongoli, durata ininterrottamente per quasi un secolo, dal 1270-1280 al 1368. In verità la Cina era già conosciuta in Italia anni prima che il mercante veneziano Marco Polo ne descrivesse i tesori e i costumi nel "Milione". E ciò per via, soprattutto, delle sue sete di gran pregio e dei suoi prodotti artistici. Ma si trattava ancora di cognizioni sommarie e confuse.
In pratica, a raccogliere di prima mano una gran massa di notizie su quello che sarebbe passato alla storia come il "Celeste Impero", fu appunto Marco Polo, che poi le diffuse in un racconto emblematico come il Milione o Libro delle meraviglie, da lui dettato a Rustichello da Pisa fra il 1298 e il 1299 (in un carcere genovese dove era poi finito al suo ritorno). Partito nel 1271 da Venezia, con il padre Nicolò e lo zio Matteo, munito di mercanzie e donativi di varie autorità politiche (fra cui anche quelli del Pontefice) per la corte del Gran Khan, egli ebbe infatti la ventura di soggiornare per diciassette anni in Cina. E questo proprio durante il regno di Qubilai, al culmine delle fortune del dominio mongolo e nel pieno dei traffici fra Europa ed Estremo Oriente.
Quali fossero allora la consistenza e le potenzialità economiche della Cina, lo si può dedurre dalle pagine di un saggio di Piero Corradini nel secondo volume della "Storia dell'economia mondiale" in uscita da domani con «Il Sole 24 Ore». D'altro canto, va considerato un fatto importante, ossia che la Cina era, a quei tempi, una delle componenti del grande impero mongolo creato da Gengis Khan, che si stendeva fino alla Russia e all'Iran. Così che essa, oltre a intrattenere intensi rapporti commerciali con i territori contigui, era aperta anche ai traffici tra Oriente e Occidente lungo molteplici rotte e vie di comunicazione. I primi ad avvalersi, sul finire del Medioevo, della possibilità di ampliare gli scambi con la Cina erano stati i genovesi e i veneziani, muovendo dal Levante, per via terra, attraverso l'Anatolia, il Caucaso, la Persia occidentale, l'attuale Afghanistan settentrionale, gli altopiani del Pamir, il Turkerstan e il deserto mongolico.
Dunque, un tragitto lungo e avventuroso, non privo di insidie, ma la cui meta finale doveva ripagare abbondantemente le tante fatiche che comportava, se era divenuta sempre più numerosa la schiera di quanti lo intraprendevano. E ciò perché erano particolarmente fruttuosi gli affari che si potevano concludere in Cina e perché le autorità mongole, interessate ai contatti con l'Occidente, accoglievano in genere, di buon grado, i mercanti stranieri, ma anche i missionari europei.
Da quell'epoca ci sono voluti oltre sette secoli perché l'interscambio fra la Cina e l'Occidente, al di là di alcuni periodi intermedi in cui aveva ripreso vigore, tornasse ad assumere un'importanza crescente, come è avvenuto nel corso degli ultimi tre decenni; e ciò anche in seguito agli interessi finanziari stabilitisi nel frattempo con gli Stati Uniti. Tant'è che oggi dipenderà per vari aspetti da un'intesa a tutto campo (a partire dalle modalità del cambio valutario) fra il "creditore cinese" e il "debitore americano" la possibilità di far fronte su scala multilaterale all'attuale crisi economica.

23/02/2009