Cina leader nelle Ipo - Il « pricing» resta la chiave

A ciascuno il suo prezzo. Ma con una precisazione: che sia giusto. O meglio: che il mercato lo consideri tale. È questo il leit motive che si coglie tra gli investitori istituzionali quando si parla di Ipo. «Non sono più i tempi- dice Alessandro Capeccia di Azimut sgr- in cui la Borsa "ingoiava" tutto. Se i fondamentali mancano; se la crescita aziendale è bassa; se non c'è esposizione sui paesi emergenti e, soprattutto, se il prezzo di collocamento è alto vieni punito». Si può "sfangarla" in sede di collocamento, magari imbottendo di titoli il povero retail. Ma poi, il conto arriva.
Per rendersene conto basta guardare a chi, al contrario, a Piazza Affari ha scelto di quotarsi in maniera "sensata". È il caso, per esempio, di Marie Tecnimont: dal lontano giorno del debutto (27/11/2007) il gruppo ha guadagnato oltre l'11%, a fronte del crollo del segmento di appartenenza (Mid cap -37,5%). Uno dei motivi? La scelta di prezzarsi sulla parte più bassa della forchetta (2,8 euro), con una valutazione a sconto sui competitor. Il discorso può ripetersi con un'altra "miracolata" tra le (ex) debuttanti milanesi: Diasorin. Il suo balzo dall'Ipo (19/7/2007) è del 140%: molto meglio del paniere di riferimento (Star -40%). Qui, oltre al giusto prezzo ha aiutato un mix di fattori: dalla migliore governance fino al business in buona espansione (nei primi nove mesi del 2010 i ricavi sono saliti del 31%).
Esempi virtuosi, mosche bianche nella Borsa italiana dove, dal 2005 ad oggi, solo 15 società su 80 sono sopra il prezzo di collocamento. E dove nel 2010, compreso l'Aim Italia, queste debuttanti "vincenti" si riducono a una sola.
Mancanza di liquidità o di investitori capaci di "recepire" nuovi collocamenti? «L'Italia - ammette Luca Ramponi, responsabile investimenti di Aureo gestioni sgr - soffre di scarsi investimenti. Inoltre, bisogna considerare il timing della quotazione. Così come va ricordato che ogni azienda è storia a sé. Ciò detto, a livello globale il tema è un altro: i mercati, in particolare le volatili Borse dei paesi industrializzati, hanno una sola parola d'ordine: selezione. Non c'entra nulla la mancanza di liquidità o di investitori.»
La riprova arriva dal Lontano oriente dove c'è la caccia alle debuttanti. Secondo Price Waterhouse Coopers, la Cina nel 2010 dovrebbe diventare il primo mercato al mondo per le Ipo: a Shenzen e Shangai le stime parlano di ben 300 collocamenti a fine anno, per una raccolta da 46,6 miliardi di euro. Numeri notevoli, cui anche gli Stati Uniti devono inchinarsi: nei primi nove mesi dell'anno, l'Ipo market a stelle e strisce ha raggiunto quota 99 debutti per un totale di 8,82 miliardi di controvalore. Seppure altre 67 società abbiano avviato il file della quotazione, sarà difficile superare i numeri di Pechino.
«Anche perché -ricorda Capeccia- negli Usa i bassi tassi rendono competitivo, rispetto all'equity, il finanziamento con l'emissione di bond o con l'apertura di linee di credito bancarie».
Insomma, nonostante le Borse occidentali facciano fatica (in Europa la raccolta via Ipo, nel terzo trimestre 2010, ha raggiunto 2,47 miliardi), a livello globale i pretendenti per le debuttanti ci sono.
Investitori che, comunque, una certa selezione la fanno: anche negli emerging market. Gli indizi di questa attenzione si colgono qua e là: non è un caso che chi si è prezzato nel parte più alta della forchetta, come per esempio Coal India o China Electric, fatichi a tenere il ritmo della Borsa. Certo, ci sono casi contrari: Huatai, peraltro svantaggiata dall'infelice timing, ha fissato il prezzo sulla parte più bassa della forchetta e cede lo stesso oltre il 14 per cento. E tuttavia, ben tre "jumbo" Ipo orientali hanno deciso di quotarsi sotto la forchetta definita in precedenza. Segno della pressione del mercato. «Si sconta - precisa il consulente Sergio Pigoli- anche la sottovalutazione delle Borse, rispetto ai fondamentali dell'economia reale. Una differenza che pesa in sede di quotazione». La considerazione è valida, ma ciò non toglie che il mercato non fa più sconti. Enel green power insegna: su pressione degli istituzionali è stata costretta a far scendere sotto la forchetta predeterminata un prezzo da molti considerato eccessivo.
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13/11/2010