Cina in piena campagna acquisti

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Automobili in Svezia. Grandi magazzini in Giappone. Tubi in Messico. Filatoi in Scozia. Alberghi e ospedali in Indonesia. Miniere e giacimenti petroliferi in ogni angolo del pianeta. La campagna acquisti della Cina in giro per il mondo prosegue a ritmo forsennato. Basta sfogliare una qualsiasi rivista specializzata di economia e finanza (negli ultimi anni ne sono spuntate come funghi) per rendersene conto. Pagine intere sono occupate da notizie di acquisizioni realizzate da società cinesi in terra straniera. Le operazioni sono tali e tante che non sollevano più alcun clamore.
La Cina corre veloce, e così anche le novità invecchiano rapidamente. Il fatto che il Dragone faccia shopping all'estero è diventato un fatto del tutto normale. Anzi, fisiologico. Nel giro di un lustro, grazie al boom delle esportazioni di prodotti made in China, oltre la Grande Muraglia si sono andati accumulando 2.300 miliardi di dollari di riserve valutarie. Frattanto, il mondo industrializzato dopo essersi preso l'ultima, fatale sbornia di finanza avvelenata, si ritrova a corto di idee e, soprattutto, di soldi.
Sembra una combinazione perfetta. Da un lato ci sono le società cinesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di grandi gruppi statali che desiderano internazionalizzare il proprio business. È gente con le spalle forti. Le loro casse traboccano di liquidità. Dispongono di un accesso privilegiato al credito bancario. Producono con forti economie di scala. E dietro di loro c'è un Governo che sostiene politicamente la loro spinta a globalizzarsi.
Dall'altro lato, ci sono le aziende straniere uscite con le ossa rotte dalle grande crisi economica-finanziaria, che versano in condizioni opposte rispetto alle controparti cinesi. Hanno i bilanci a pezzi. Nonostante le potenti iniezioni di liquidità operate dai governi, incontrano difficoltà a finanziarsi. Fanno fatica a trovare sbocchi di mercato alle proprie merci.
Gli acquirenti cinesi cercano sui mercati esteri tutto ciò che non hanno. Innanzitutto, energia e materie prime da dare in pasto alla loro vorace industria manifatturiera. E poi una serie di preziosi beni immateriali che scarseggiano in patria: tecnologia, know how, brevetti, reti di distribuzione, strutture logistiche.
Ma negli ultimi tempi alcune operazioni estere di M&A hanno individuato un nuovo, ambizioso obiettivo: la conquista di un marchio straniero. Un marchio vittima della crisi finanziaria, ma dotato ancora di forte visibilità che consenta di lanciare sui mercati mondiali le merci fabbricate in Cina. Le recenti acquisizioni condotte nel settore automobilistico da quelle che fino a poco tempo fa erano dei nomi del tutto sconosciuti dell'industria mondiale delle quattroruote è la perfetta sintesi del fenomeno in atto. Geely e Tengzhong hanno appreso la lezione di Bill Ford - «È facile costruire un'auto, ma è assai più difficile costruire un marchio» - e forti di questa convinzione sono andate all'assalto di Volvo e di Hummer.
Un altro caso significativo è stato l'ingresso della catena di grandi magazzini per elettrodomestici Suning Appliance nel retailer giapponese Laox. La scorsa estate la società cinese ha messo sul tavolo 8,4 milioni di dollari e si è portata a casa la maggioranza del colosso nipponico della grande distribuzione in profonda crisi. Non era mai successo nella storia della finanza che un gruppo cinese conquistasse un'azienda nipponica quotata in Borsa.
La caccia cinese al marchio finirà certo per investire anche l'Italia. È solo questione di tempo, assicurano gli esperti del settore. La moda è certamente il campo che fa più gola agli acquirenti con gli occhi a mandorla. Alcuni gruppi cinesi hanno già tentato qualche sortita su storici brand del Belpaese, come per esempio Sergio Tacchini. Finora, però, l'unica operazione risoltasi in un grande successo è stata l'acquisto dei diritti per i mercati asiatici sul marchio Kappa da parte del gruppo di abbigliamento sportivo China Dongxiang.
Ma questi potrebbero essere solo dei piccoli assaggi in preparazione di acquisizioni di ben più ampia portata. «Tra qualche anno, quando diverse aziende italiane come Armani dovranno affrontare il problema del passaggio generazionale, i cinesi saranno sicuramente i primi ad approfittarne» osserva un produttore tessile.
Il ricco e potente Dragone, però, dovrà cercare di tenere a freno la sua esuberante aggressività. Per due buone ragioni. La prima è di natura economica. Comprare è relativamente facile: basta avere i soldi. Gestire l'acquisizione, però, è un'operazione molto più complessa, giacché serve una capacità manageriale che ancora fa difetto anche ai più grandi gruppi manifatturieri del Celeste Impero. E il lavoro diventa ancora più arduo quando, come accade spesso di questi tempi, la società acquisita necessita una profonda ristrutturazione industriale. Il fallimento dell'acquisizione dei pc Ibm da parte di Lenovo è lì a dimostrarlo.
La seconda è di natura politica. In passato, quando i cinesi hanno puntato troppo in alto mirando a società di elevato valore strategico, le loro ambizioni sono state subito ridimensionate e i loro assalti sono stati puntualmente respinti dai governi dei paesi interessati. I casi più clamorosi sono i no opposti dagli Stati Uniti all'acquisizione di Unocal da parte di Cnooc, e dall'Australia all'operazione Chinalco-Rio Tinto. Ciononostante, il fenomeno sembra inarrestabile. La Cina continuerà a fare shopping in giro per il pianeta. E, avendo appreso la lezione, forse, userà un pizzico di prudenza in più rispetto al passato.
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12/01/2010