Cina e Stati Uniti ora tocca a voi

di Olivier Blanchard

Nel 2007, preoccupato per i crescenti squilibri della bilancia dei pagamenti, il Fondo monetario internazionale organizzò consultazioni multilaterali per decidere il da farsi. Quasi tutti ritenevano che la soluzione fosse semplice e lineare. Semplificando al massimo: convincere i consumatori americani a spendere di meno e convincere i consumatori cinesi a spendere di più. Avrebbe fatto bene agli Stati Uniti, avrebbe fatto bene alla Cina e avrebbe fatto bene al mondo (ci furono messaggi anche per gli altri protagonisti - il Giappone, l'Europa, l'Arabia Saudita - ma erano meno importanti.)
Avrebbe fatto bene agli Stati Uniti: era chiaro già allora che l'orgia consumistica in cui si erano lanciati i consumatori americani era qualcosa di dissennato e che molti di loro avrebbero avuto problemi al momento della pensione. Avrebbe fatto bene alla Cina: era evidente che la risparmiosità dei cinesi era dovuta in gran parte all'assenza di una rete di sicurezza sociale. Garantire cure sanitarie e pensioni era qualcosa d'auspicabile di per sé e avrebbe naturalmente indotto i consumatori a spendere di più.
Avrebbe fatto bene al mondo: i cambiamenti dei modelli di consumo, uniti alla rivalutazione del renminbi rispetto al dollaro, avrebbero potuto mantenere la piena occupazione sia negli Stati Uniti che in Cina, e ridurre gli squilibri commerciali correnti. Una riduzione dei consumi negli Usa sarebbe stata compensata da un aumento delle esportazioni. Un aumento dei consumi in Cina sarebbe stato compensato da una riduzione delle esportazioni. Il deficit commerciale americano si sarebbe ridotto e si sarebbe ridotto, sull'altro versante, il surplus cinese. Col progressivo avanzamento di questo ordinato processo di aggiustamento, e con la progressiva riduzione degli squilibri, sarebbe diminuito il rischio di un improvviso tracollo del dollaro. E il mondo sarebbe stato molto più in forma.
Un esempio notevole di pianificazione macroeconomica globale. Ma, almeno fino alla crisi, non è successo granché. Gli ottimisti consumatori statunitensi semplicemente non erano dell'umore giusto per cambiare abitudini. E il governo cinese, di fronte al successo della sua strategia di crescita trainata dalle esportazioni e preoccupato di continuare a far aumentare l'occupazione, insisteva a mettere l'export al primo posto.
Come a dar ragione agli scettici, la crisi stessa non è stata innescata dagli squilibri globali. Il dollaro non è crollato, come si temeva. E dal momento in cui è cominciata la crisi, la soluzione degli squilibri globali è precipitata in fondo alla lista delle priorità. Tutti si sono concentrati, giustamente, sullo stato del sistema finanziario.
Man mano che la crisi si sviluppa, tuttavia, e quando si comincerà a intravedere la ripresa in fondo al tunnel, la questione degli squilibri globali probabilmente tornerà di attualità. Ancora una volta dovranno essere gli Stati Uniti e la Cina a giocare un ruolo centrale.
Metà dell'aggiustamento ipotizzato nelle consultazioni multilaterali si sta verificando: i consumatori americani, finalmente, stanno riducendo le spese. Hanno perso molti soldi e avranno bisogno di molti anni di risparmi supplementari per compensare queste perdite. E soprattutto hanno imparato una lezione più generale. Il mondo è un luogo più rischioso di quello che credevano. I prezzi delle azioni e delle case possono scendere, e scendere di parecchio. Per mettere da parte soldi per la pensione forse serve risparmiare molto di più di quello che credevano necessario prima della crisi.
L'incognita maggiore riguarda l'altra metà dell'aggiustamento. La Cina ha reagito alla crisi incrementando fortemente la spesa, concentrandosi più sugli investimenti che sui consumi. È la politica giusta, considerando la necessità di far salire rapidamente la spesa, ma questo incremento degli investimenti ha necessariamente una durata limitata. L'interrogativo è se, col passare del tempo, la Cina permetterà che crescano i consumi. Se lo farà, il piano del 2007 potrebbe trovare compimento. L'incremento delle esportazioni americane rimpiazzerà il calo dei consumi e contribuirà a sostenere la ripresa negli Usa. L'incremento dei consumi in Cina compenserà il calo dello esportazioni e consentirà a Pechino di mantenere i suoi elevati livelli di crescita. La ripresa mondiale potrà andare avanti e potremo uscir fuori con un'economia mondiale più equilibrata.
Questo scenario si svilupperà naturalmente? Forse, o forse no. La Cina ha annunciato un'ambiziosa riforma sanitaria, che va nella direzione giusta. Ma il modello di crescita basato sulle esportazioni che Pechino ha perseguito con tanto successo fino a questo momento non verrà abbandonato dall'oggi al domani. E, guardando oltre la Cina, la crisi potrebbe aver convinto molti Paesi ad accumulare riserve ancora maggiori, incrementando ancora di più le attuali eccedenze negli scambi con l'estero. Questi Paesi non avranno tanta voglia di lasciare che le loro monete si rivalutino rispetto al dollaro, per consentire la crescita delle esportazioni Usa.
E che succederà se non ci sarà nessun riequilibrio? Senza una forte domanda interna e un incremento delle esportazioni, la ripresa Usa potrebbe indebolirsi una volta venuti meno, gradualmente, gli effetti benefici del piano di rilancio. In tempi normali potrebbe essere d'aiuto la politica monetaria, con un abbassamento dei tassi d'interesse e un incremento della domanda: ma questi non sono tempi normali e i tassi non possono scendere ulteriormente. E dunque il Governo americano sarà sottoposto a forti pressioni per tenere alta la spesa pubblica fintanto che la domanda privata rimarrà debole, rischiando di determinare una situazione di deficit più grande e più protratta di quello che sarebbe saggio.
Un forte piano di spesa era ed è ancora necessario per combattere la crisi, ma non può andare avanti all'infinito; a un certo punto la dinamica del debito diventerà insostenibile, i mercati reagiranno e i deficit di bilancio diventeranno controproducenti. Una ripresa debole e una dinamica del debito insostenibile negli Usa probabilmente non porteranno nulla di buono per l'economia mondiale. La prima bloccherebbe la ripresa anche nel resto del mondo; la seconda probabilmente produrrebbe disastri nei mercati finanziari.
Per una ripresa sostenuta la spesa interna deve scendere negli Stati Uniti e salire in Cina e in gran parte del resto del mondo, congiuntamente ad aggiustamenti dei tassi di cambio. La cooperazione globale ha giocato un ruolo cruciale lo scorso anno per evitare una crisi peggiore. Ora serve ancora più cooperazione globale, con gli Stati Uniti e la Cina a giocare un ruolo guida.
L'autore è chief economist dell'Fmi.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

21/06/2009