CHIAMATA 'VERDE' PER LE BANCHE CINESI

CHIAMATA 'VERDE'  PER LE BANCHE CINESI

Shanghai, 04 apr. - La corsa della Cina alla supremazia nel settore delle rinnovabili (eolico, solare, idroelettrico, biomasse e geotermia), continua sostenuta. Con un track record positivo nel raggiungimento di target ambientali, il paese ha raggiunto l'obiettivo di 70 GW di eolico, con grande anticipo rispetto alla deadline fissata per il 2020 ed è passata, tra 2005 e 2010, da meno di 2 GW installati ad oltre 40, diventando così il primo paese al mondo sia per installazioni annue sia complessive.

 

Performance, queste, rese possibili dai grandi investimenti sostenuti. Dopo aver quasi doppiato gli investimenti americani in nuove energie nel 2009 (34.6 miliardi di dollari contro i 18.6 miliardi stanziati dagli Stati Uniti) ed essersi confermata leader mondiale (questo articolo), la Cina ha nel 2010   incrementato del 30% i capitali investiti, raggiungendo quota 51.1 miliardi di dollari. A beneficiare di questa iniezione è stato in primis il settore eolico con il 71% delle quote, seguito dal fotovoltaico, con l'8%.

 

Nonostante i timori di una bolla e la paura per l'incertezza dei mercati abbiano indotto gli operatori a rallentare il passo nell'ultima parte del 2010, il dodicesimo piano quinquennale 2011-2015, appena approvato dall'Assemblea Nazionale del Popolo, prevede di accrescere ulteriormente gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili, inserite a buon conto tra i sette pilastri del nuovo corso economico cinese (questo dossier). Al fine di mantenere gli impegni presi a Copenhagen e di recente formalizzati a Cancun, che prevedono una riduzione entro il 2020 della "carbon intensity" (la quantità di CO2 emessa per unità di PIL) del 40-45% rispetto al 2005, Pechino ha introdotto nel piano 2011-2015 due obiettivi distinti. Il primo stabilisce una riduzione del 16% dell'"energy intensity" (la quantità di energia consumata per unità di PIL) l'altro pone un obiettivo specifico sulla "carbon intensity", che dovrà essere ridotta del 17% entro il 2015. E' la prima volta che un Piano Quinquennale prevede un target dedicato alla riduzione delle emissioni. Al perseguimento di questi obiettivi dovrà corrispondere un potenziamento del 15%. della produzione di energia eolica, idroelettrica e nucleare.

 

I danni prodotti dal terremoto e dallo tsunami agli impianti nucleari giapponesi di Fukushima hanno prodotto, almeno inizialmente, una frenata ai piani di espansione nucleare cinese - che mira a mettere in funzione 10 nuovi impianti nucleari per un totale di 40 GW quadruplicando la potenza attualmente installata – seguita nei giorni successivi dalla notizia di una ripresa dei programmi nucleari. Posizione resa di nuovo più prudente giorni fa in seguito alle dichiarazioni del capo negoziatore sul clima Xie Zhenhua nel corso della conferenza sui cambiamenti climatici a Canberra:"Sebbene gli obiettivi generali restino invariati – ha continuato Xie – il programma nucleare delineato da Pechino subirà alcune modifiche in vista di una maggiore sicurezza". (questo articolo)

 

Ma quali sono le principali fonti e gli strumenti di finanziamento delle energie pulite in Cina ?

 

Il Project Finance, si conferma come la modalità principale. Una parte fondamentale nel finanziamento di queste iniziative è affidata ai grandi agglomerati bancari statali, le cosidette "big four", che con le loro linee di credito sostengono le direttive del governo centrale. Negli ultimi anni a beneficiare di questa iniezione di liquidi è stato in maniera incisiva l'eolico, considerato un settore maturo e privo dei rischi presenti negli altri campi. E' recente, ad esempio, il prestito di 21.1 milioni di dollari concesso alla Wind Powers Corp dall'Agricultural Development Bank per l'installazione di un impianto eolico da 550MW. Segue il fotovoltaico che, seppure in una fase iniziale, sta registrando crescenti aiuti da parte delle le banche statali come testimonia la concessione, nel solo 2010, da parte della Chinese Development Bank di prestiti per 116 miliardi di yuan (17 miliardi di dollari) nei confronti dei tre colossi del settore fotovoltaico cinese: Yingli Green Energy, Suntech Power e Trina Solar.

 

Agli imponenti investimenti delle grandi banche cinesi si sommano quelli delle banche locali, sempre piu interessate al green business, oppure quelli provenienti dalle municipalità che hanno a budget risorse per sviluppare progetti nel settore ambientale, accedendo così a esenzioni e aiuti dal governo centrale. In alcuni casi le banche, operando con un' altra faccia, diventano esse stesse azioniste delle aziende, in modo da assicurarsi la precedenza sulle altre banche per la successiva fase di sviluppo, spiega un addetto ai lavori.

 

La crescente riduzione di ostacoli all'ingresso di capitali stranieri, tra cui la caduta del vincolo che imponeva che almeno il 70% dei componenti delle turbine eoliche fossero costruiti in Cina, ha portato a un' ulteriore diversificazione delle fonti di finanziamento che di recente è emersa in occasione del primo progetto eolico cinese, operato da ChinaWind Power nella provincia del Gansu, interamente finanziato attraverso un prestito sindacato che ha visto la partecipazione di Intesa Sanpaolo (35 milioni di dollari), Société Générale (35 milioni di dollari), e l'olandese Rabobank (25 milioni di dollari), con l'amministrazione dell'International Finance Corporation (IFC), istituzione che parte delle Banca Mondiale.

 

Completano il quadro dei finanziamenti alla green economy cinese i fondi di Private Equity e Venture Capital sia locali sia stranieri, che sostengono le aziende del settore, non tramite prestiti, ma attraverso investimenti diretti nel capitale societario, sobbarcandosi così i rischi maggiori, in cambio di rendimenti potenzialmente molto elevati.

 

Seppur attivo il settore finanziario cinese, presenta però una serie di limiti che rappresentano un ostacolo per le aziende cinesi e straniere desiderose di investire nelle nuove energie e che impedisce di sfruttarne a pieno le potenzialità. Primo fra tutti il gap esistente tra quello che viene deciso a livello centrale e le ricadute a livello provinciale, rendendo quanto mai confusa la situazione, in particolar modo per gli investitori stranieri. La mancanza di familiarità con il settore da parte delle banche cinesi e una scarsità di personale adeguatamente preparato a gestire grosse operazioni in questo campo rappresentano un altra criticità. Infine, strano a dirsi, ma in un paese che finanzia il debito degli Stati Uniti, restrizioni e mancanza di flessibilità del credito obbligazionario verso entità private, rendono il finanziamento del settore delle energie pulite un'operazione lunga e complessa.

Mentre la recente stretta al credito voluta da Pechino per ridurre la liquidità in circolazione nel Paese non sembra avere avuto ricadute eccessive sul settore delle energie pulite (questo dossier), l'attenzione rimane alta e la finanza verde cinese tiene gli occhi aperti, pronta ad approfittare delle nuove occasioni che emergono dall'universo della sostenibilità ambientale, sia dentro che oltre i confini della terra di mezzo.

 

di Nicoletta Ferro

 

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