Caccia agli uiguri nello Xinjiang

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Dopo la rivolta degli uiguri, la rabbia degli han. I disordini che domenica scorsa hanno messo a ferro e fuoco Urumqi rischiano di precipitare lo Xinjiang in uno scontro etnico senza precedenti.
Ieri, centinaia di cinesi armati di mazze, tubi e bastoni si sono radunati nel centro della città per tentare di vendicarsi delle violenze subite dagli uiguri durante i violenti scontri nei quali sono morte 156 persone. Secondo la polizia locale, per la maggior parte cinesi. Al grido di «addosso agli uiguri», i facinorosi hanno cercato di sfondare i cordoni delle forze dell'ordine, con l'obiettivo di raggiungere una zona popolata dalla minoranza etnica di origine turcomanna e religione musulmana. Dopo un fitto lancio di pietre e bottiglie, la polizia si è decisa a intervenire sparando lacrimogeni che hanno disperso i manifestanti.
Poco prima, la stessa polizia aveva ingaggiato battaglia sul fronte opposto con circa 300 uiguri, di cui la maggior parte donne. Questi ultimi erano scesi in piazza per protestare contro la valanga di arresti (secondo fonti ufficiali, i fermati sono 1.434) che ha colpito la comunità uigura dopo i disordini di domenica.
In questo clima ad alta tensione, in serata le autorità locali hanno imposto il coprifuoco dalle 21 alle 8 di questa mattina. Il provvedimento potrebbe essere reiterato anche nei prossimi giorni. L'aggravarsi della situazione ha inoltre convinto il presidente cinese Hu Jintao a lasciare l'Italia, dove avrebbe dovuto partecipare al G-8: in nottata è ripartito da Pisa per Pechino.
Resta irrisolto in tutta la sua gravità, però, il problema essenziale che è alla radice degli scontri etnici: l'odio degli uiguri nei confronti dei cinesi e delle istituzioni cinesi che governano lo Xinjiang da sessant'anni. La provincia è ricchissima di risorse naturali ed energetiche. Per questo, subito dopo la rivoluzione del 1949, Mao pensò bene di inviare l'esercito di liberazione popolare a "liberarla", chiudendo così definitivamente la partita a risiko ingaggiata da Russia e Inghilterra oltre mezzo secolo prima per aggiudicarsi il controllo dell'Asia centrale.
Ma la "liberazione" si è trasformata molto presto in una vera e propria colonizzazione da parte dei cinesi han. Duecento anni fa, quando misero le mani sullo Xinjiang, gli imperatori Qing lo chiamarono "nuova frontiera". Con la scusa di difendere quella nuova frontiera - sterminata, labile e pericolosa - fin dalla metà degli anni 50, Pechino ha inviato nella turbolenta provincia dell'ovest centinaia di migliaia di militari.
Dopo l'esercito in armi è arrivato anche quello composto dai civili che ha completato l'operazione di "ripopolamento" di intere zone dello Xinjiang. Risultato: mezzo secolo fa, quando s'impadronirono della provincia, gli han erano solo il 6% degli abitanti; oggi sono oltre la metà di una popolazione che ha raggiunto i 20 milioni di persone, e di cui gli uiguri rappresentano ormai solo il 44 per cento. Così, loro malgrado, i vecchi padroni di casa sono stati declassati a minoranza etnica.
Urumqi, la grande capitale centro degli affari economici e sede del potere politico e amministrativo, è sicuramente il luogo dove gli effetti della colonizzazione forzata degli han sono più evidenti. Qui ogni traccia dell'antico nomadismo uiguro è stato spazzato via per fare spazio agli orrori della modernizzazione cinese. Tradizioni, lingua e cultura delle popolazioni nomadi turcofone e musulmane che hanno sempre vissuto in questo sconfinato lembo di sabbia compreso tra i monti Altai, il bacino del Tarim e l'altopiano tibetano, sono invece sopravvissute a Kashgar e a Hotan, le due città periferiche che sono rimaste il cuore pulsante delle terre dei turchi orientali.
In questi centri urbani il risentimento nei confronti dei cinesi invasori cova da decenni sotto le ceneri di un'apparente normalità. Ma a causa di una situazione di profondo sottosviluppo favorito da un'evidente e odiosa sperequazione economico-sociale (i cinesi si sono arricchiti con le risorse locali, mentre gli uiguri sono rimasti poveri in canna), è sempre pronto a scoppiare. A trasformarsi in manifestazioni violente.
Oppure, ad alimentare la nascita di gruppi terroristici anti-cinesi, come il movimento islamico del Turkestan orientale (Etim), una cellula di matrice integralista che vorrebbe trasformare lo Xinjiang in uno stato islamico fondato sulla Sharia.
Una volta placate le rivolte di piazza di questi giorni c'è il rischio che la lotta anti-cinese riparta da queste formazioni di estremisti.
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PETROLIO E GAS



Le ricchezze energetiche
Lo Xinjiang, grande cinque volte l'Italia, è la più estesa regione amministrativa e il principale bacino energetico della Cina. Le stime nazionali indicano che le riserve di gas naturale e petrolio dello Xinjiang supererebbero i 30 miliardi di tonnellate: una ricchezza che però stride con l'arretratezza generale dell'area
Il governo centrale di Pechino, se da un lato frena lo sviluppo sociale della regione, dall'altro attinge largamente alle sue riserve e promuove la crescita della produzione petrolifera, che ha superato ormai quella del giacimento di Daqing, uno dei più grandi al mondo
Nel 2007 lo Xinjiang, grazie a una produzione di petrolio e gas equivalente salita a 45 milioni di tonnellate, ha raggiunto il primo posto tra i bacini energetici cinesi. Secondo i dati più recenti, la regione ha fornito 75mila tonnellate di greggio al giorno: una fetta che vale il 14,4% dell'intera produzione nazionale

08/07/2009