Bruxelles vara nuove regole sull'anti-dumping

BRUXELLES. Dal nostro inviato
«Strumenti di difesa commerciale dell'Unione europea», la proposta del commissario Ue al Commercio, Karel de Gucht. Il tema è ostico, lo dicono le parole stesse. Ma dietro formule spesso oscure e incomprensibili, si nascondono enormi interessi economici e commerciali. Soprattutto per un paese come l'Italia la cui industria manifatturiera è spesso oggetto di pratiche di concorrenza sleale da parte dei paesi terzi, Cina e Vietnam tanto per fare due nomi.
I settori? Dalle calzature al tessile, dall'acciaio alla chimica, alla ceramica fino alle componenti auto. Secondo un calcolo presentato in ottobre a Bruxelles, dal 2004 ad oggi sono state 3.400 le imprese europee che hanno tratto benefici diretti dall'imposizione di dazi Ue contro l'import sotto-costo. Di queste 1.358 sono state italiane, quasi il 40% del totale.
Con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona però le regole fin qui utilizzate sono destinate a cambiare. Ci sono voluti mesi di negoziati durissimi per arrivare a un accordo tra l'irriducibile partito "nordista", liberista assoluto, e il fronte dei manifatturieri, vittima predestinata della concorrenza sleale con relativa perdita di imprese e occupazione.
Finora il sistema a funzionato così: indagine della Commissione Ue al massimo di 9 mesi dopo la denuncia da parte di imprese europee danneggiate. Al termine, se si riscontra dumping, Bruxelles propone l'imposizione di dazi compensativi per un periodo di 5 anni. Che diventano effettivi a seconda che il Consiglio li approvi (o li respinga) a maggioranza semplice. Con il via libera cioè di 14 paesi sui 27 dell'Unione.
I dazi sulle calzature in arrivo da Vietnam e Cina, che scadranno nel marzo 2011, sono stati adottati al termine di una battaglia rocambolesca da parte dell'Italia. Che riuscì a farli passare con 9 sì, 5 astenuti e 13 no.
Perchè? «Ci sono paesi, come la Gran Bretagna, che votano contro in quanto ritengono sano il dumping, perchè fa scendere i prezzi in Europa. Altri, come gli scandinavi e di recente anche la Germania, che, anche se il dumping è provato, votano contro per ragioni politiche o precisi interessi economici» spiega un diplomatico francese. Visto che, per esempio, la Cina condiziona il nullaosta agli investimenti esteri anche al blocco dei dazi Ue anti-dumping, si sussura che la Germania, un tempo ipersensibile al problema, abbia molto pragmaticamente cambiato parere.
Nonostante Lisbona, il fronte del Nord, numericamente maggioritario, ha tentato per mesi di difendere lo status quo. Poi nei giorni scorsi ha accettato il nuovo corso che, per la prima volta in 40 anni, introduce la regola della maggioranza qualificata anche nella politica commerciale. Sia pure con una deroga di 18 mesi durante i quali resterà in vigore il sistema attuale.
Un punto a favore dell'Italia che, tra un anno e mezzo o giù di lì, potrà limitarsi a raccogliere 91 voti, assicurarsi per esempio l'appoggio di Francia, Spagna e Polonia, per bloccare decisioni commerciali sgradite.
Tutto bene quel che finisce bene? Sì e no. Il nuovo sistema è molto complesso. Che una proposta di Bruxelles venga approvata o respinta a maggioranza qualificata è infatti lo scenario meno probabile. Più frequente il caso che si coaguli per il sì o per il no una maggioranza semplice.
In questa ipotesi, Bruxelles dovrà ripresentare la proposta a un Comitato d'appello, ai 27 Stati membri che prima di votare potranno emendarla. E per 18 mesi potranno votare a a maggioranza semplice. Non basta. Se oggi il Consiglio boccia, deve motivare la decisione e l'impresa può ricorrere in Corte di Giustizia Ue. Domani, con il potere decisionale affidato a Bruxelles, queste tutele saltano.
Sull'accordo l'Europarlamento si pronuncerà in dicembre in prima lettura. In assenza di intoppi, dal 2011 la politica europea anti-dumping volterà pagina.
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18/11/2010