Bruxelles sfida i governi sui dazi alle scarpe cinesi

Adriana Cerretelli
BRUXELLES
Sull'estensione per quindici mesi dei dazi anti-dumping sulle scarpe in arrivo da Cina e Vietnam, il braccio di ferro è in corso. L'esito si conoscerà soltanto il 2 dicembre, quando a Bruxelles si riunirà il Comitato per le Questioni commerciali che raccoglie i rappresentanti dei 27 Governi dell'Unione. In quell'occasione l'Italia spera di riuscire a ribaltare i rapporti di forza emersi il 19 novembre scorso quando una verifica ha registrato ben 15 no, in breve una maggioranza negativa.
Evidentemente la manovra non è gradita alle associazioni settoriali del Nord Europa che ritenevano la partita ormai chiusa in loro favore e che per questo non solo minacciano azioni legali ma contestano la proposta presentata ad hoc dalla Commissione Ue.
L'obiettivo dell'estensione dei dazi, spiega un addetto al dossier, è quello di concedere all'industria calzaturiera in Europa altri 15 mesi, dopo i tre anni e mezzo già accordati, per completare il proprio processo di ristrutturazione. Tanto più che le inchieste condotte dalla Commissione europea hanno appurato che il dumping esiste e che quindi l'imposizione di dazi appare ampiamente giustificata.
Alla luce delle conclusioni di Bruxelles e per certi aspetti, quindi, anche in difesa della credibilità del sistema europeo di difesa commerciale, l'Italia, in particolare il ministro Adolfo Urso, sta lavorando per cercare di tirare dalla parte della barricata opposta paesi come Germania, Malta, Cipro, Belgio, Lussemburgo e Austria. Siccome per il via libera basta la maggioranza numerica dei paesi, la speranza è di riuscire ad arrivare al 2 dicembre a mettere insieme un fronte di 14 paesi, due in più di quelli del 19 novembre scorso. Impresa non impossibile anche se finora non è riuscita.
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28/11/2009