BANCA CENTRALE: "NON CEDEREMO"

Pechino, 19 ott.- "La Cina deve evitare un apprezzamento eccessivo dello yuan dettato esclusivamente dalle forze di mercato"; le dichiarazioni di un anonimo portavoce della Banca centrale cinese riportate oggi dal Quotidiano del Popolo – organo ufficiale del Partito Comunista – lasciano poco spazio ai dubbi, anche dopo la conferenza del Fondo Monetario Internazionale che si era tenuta ieri a Shanghai: nessuna concessione alle pressioni esterne, pochi segnali di distensione – se non il solito richiamo a un "apprezzamento graduale" – in quella che ormai molti chiamano la "guerra delle valute". "Dobbiamo scongiurare qualsiasi impatto negativo della riforma del tasso di cambio. La rivalutazione deve soddisfare gli interessi economici cinesi, e non danneggiare la competitività delle nostre esportazioni – ha detto ancora il portavoce senza volto – per questo, è necessario assicurarsi che le fluttuazioni del valore della valuta cinese siano controllabili, ed impedire un apprezzamento troppo elevato, come quello che vogliono imporci i mercati".

 

Si tratta di parole aderenti alla linea ufficiale mantenuta da Pechino in questi mesi, confermata ancora ieri a Shanghai dal numero due di People's Bank of China Yi Gang, che sostiene la "modifica graduale del tasso di cambio" come l'unica via percorribile per la moneta cinese. Ma suonano anche come una risposta a distanza alle recenti affermazioni del segretario del Tesoro americano Timothy Geithner e del primo ministro giapponese Naoto Kan, che a più riprese avevano chiesto al Dragone di adeguare il tasso di cambio dello yuan alle esigenze di mercato senza appoggiarsi a valutazioni di carattere politico. Venerdì scorso, probabilmente in vista del vertice di lunedì a Shanghai, Geithner aveva bloccato l'uscita di un rapporto del Tesoro che avrebbe potuto formalmente accusare la Cina di manipolazione di valuta, ma ancora ieri non ha esitato  a  definire lo yuan "sostanzialmente sottostimato" e il comportamento di Pechino "sleale verso l'America e per tutti gli altri partner commerciali".  Ma perché proprio lo yuan è da mesi sotto un fuoco incrociato? Alcune capitali, Washington in prima fila, accusano il Dragone di mantenere il tasso di cambio al di sotto del valore effettivo della moneta per ottenere un vantaggio competitivo nei commerci con l'estero.

 

Nel giugno scorso la Banca centrale ha sospeso quell'ancoraggio con il dollaro che durava da quasi due anni, acconsentendo a un leggero ampliamento della banda di oscillazione, ma la rivalutazione di circa il 2,5% raggiunta in questo periodo è di gran lunga inferiore alle aspettative  di americani ed europei. Uno yuan debole, soprattutto, ha spalancato i cancelli a una serie di svalutazioni competitive della moneta da parte di paesi come Giappone, Corea del Sud,  Singapore, India e Brasile. "In un eventuale conflitto monetario la Cina avrebbe enormi responsabilità",  aveva  detto  la scorsa  settimana il presidente  di  Bundesbank  Axel  Weber; ma dopo le dichiarazioni ufficiali della  Banca centrale, oggi  in  Cina anche la stampa ufficiale torna ad affermare  una volta di più che il Dragone  non intende sottostare a  pressioni esterne: "Alla base del disavanzo commerciale americano verso la Cina c'è il protezionismo americano che impedisce l'esportazione di prodotti hi tech, lo yuan è solo un capro espiatorio, – si legge in un editoriale pubblicato dal China Daily – ma è lo stesso concetto di manipolazione valutaria ad essere sbagliato, visto che ormai tutti i governi adottano misure che influenzano direttamente o indirettamente. Ci sembra che laddove l'amministrazione Bush professava il libero scambio e l'unilateralismo nel campo della difesa, oggi l'amministrazione Obama, che ha sostenuto politiche di sicurezza multilaterali, strizzi invece l'occhio all'unilateralismo in  campo commerciale".

 

"La ripresa globale è in pericolo, – aveva detto ieri Dominique Strauss Kahn al vertice FMI di Shanghai – in questo momento c'è il rischio che quel coro che ha combattuto unito contro la crisi si dissolva in una cacofonia di voci discordanti, man mano che ogni nazione prende una strada diversa. Tutto ciò non farà che peggiorare le condizioni di ognuno". Ora, i negoziati proseguono in vista del prossima conferenza del G20, prevista a Seoul per metà novembre.

 

 

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