Arance israeliane in Iran? - Erano made in China

L'arte cinese della contraffazione non conosce limiti. Ma qualche volta l'ingranaggio può bloccarsi. Perché chi altera fa spesso del profitto la sua unica legge. Dove finisca il prodotto è marginale. Non sempre.
È il caso della "guerra delle arance". Tre i Paesi coinvolti: due nemici, Israele e Iran, e la Cina, con i suoi spregiudicati commercianti. Risultato: in Iran, che ha fatto del boicottaggio dei prodotti israeliani un cardine della sua politica, i bazar della capitale cominciano a vendere arance Jaffa con tanto di etichetta "Dolce Israele". Provengono dalla Cina, la quale le avrebbe rivendute in Iran imballandole in scatole "Made in China". Superano così i controlli della dogana.
Ma come passare inosservate una volte nelle mani di qualche pio consumatore? La stampa iraniana riprende la notizia. I religiosi insorgono. Imbarazzato, il Governo di Teheran non si capacita di come qualcuno possa aver eluso il meticoloso controllo. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad, nemico giurato di Israele, ordina l'avvio di un'inchiesta. Il Governo punta il dito anche contro l'opposizione. Fino a gridare alla "congiura delle arance". Qualcun'altro sostiene di aver identificato l'empio importatore.
Ieri la spiegazione, per bocca di Tal Amit, il direttore generale dell'Israel's Citrus Marketing Board: le arance non sono state prodotte in Israele. «È fastidioso - ha precisato - che qualcuno utilizzi il nostro marchio e il nostro logo senza permesso. Mi piacerebbe molto che gli iraniani mangiassero la nostra frutta importandola direttamente da Israele».
Cosa ha spinto i cinesi a contraffare l'etichetta? In Asia le arance Jaffa sono esportate soprattutto in Giappone e Corea del Sud. Paesi ricchi, e i consumatori ricchi acquistano prodotti di qualità, più ricercati.
Eppure, ironia della sorte, la matassa si è in parte sbrogliata da sola ancor prima che venisse a galla la verità. Pur di evitare di mandare al macero i "frutti proibiti", alcuni commercianti iraniani, forse ignari dei fatti, hanno trovato una "soluzione": dal momento che la scatola recava il marchio Made in China, hanno contraffatto a loro volta la finta etichetta israeliana delle arance con un'altra, fittizia, "Made in China". Così facendo restituivano ai frutti la loro corretta origine. Paradossi della contraffazione...
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29/04/2009