Allarme inflazione a Pechino

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Un nuovo fantasma si aggira sui mercati internazionali: l'inflazione cinese.
Venerdì i timori di una fiammata dei prezzi al consumo oltre la Grande Muraglia hanno spinto in caduta libera la Borsa di Shanghai, costretta ad archiviare l'ultima seduta della settimana con un ribasso di oltre il 5%, il maggiore scivolone da un anno a questa parte. E poi, nel prosieguo della giornata, hanno condizionato negativamente tutti i listini internazionali.
Non è la prima volta che la Cina si trova a fronteggiare improvvise recrudescenze inflazionistiche. Ma questa volta, come dimostra la reazione a catena su scala globale scatenata dal tonfo della "borsa rossa", la storia è diversa rispetto al passato. Vediamo perché.
A ottobre l'indice dei prezzi al consumo cinese ha registrato un aumento del 4,4%, il più alto degli ultimi due anni. Il balzo in avanti non ha colto Pechino di sorpresa. Da settimane, infatti, i corsi dei beni alimentari e delle derrate agricole hanno iniziato a lievitare in misura preoccupante (l'inflazione da food di ottobre si è attestata poco sopra il 10 per cento). E intanto i prezzi internazionali delle materie prime, di cui il Dragone è il più vorace consumatore mondiale, sono rimasti in costante tensione. In questo quadro, sebbene i salari abbiano rallentato leggermente la corsa rispetto alla prima metà dell'anno, un'impennata generale dei prezzi era quindi inevitabile.
L'inflazione è una brutta bestia per tutti. Ma per la Cina, il gigantesco centauro per metà paese moderno e sviluppato e per metà nazione arretrata e indigente, è un mostro ancor più orrendo. Qui, infatti, gli aumenti incontrollati dei prezzi, proprio perché vanno a colpire soprattutto i beni di prima necessità, fanno presto a tradursi in malcontento, proteste e instabilità. Per questo motivo il Governo, per cui l'armonia sociale è un imperativo categorico assoluto, correrà subito ai ripari per evitare il peggio.
Avendo fiutato puzza di bruciato sul fronte dei prezzi, a metà ottobre, dopo quasi tre anni di politica monetaria espansiva, la People's Bank of China aveva già aumentato i tassi d'interesse dello 0,25 per cento. E a metà di questa settimana ha dato un altro piccolo giro di vite al credito, alzando di 50 punti base la riserva obbligatoria per le banche.
Ma ora, alla luce della fiammata inflazionistica di ottobre, della bolla speculativa che continua a gravare sul mercato immobiliare, e delle previsioni a breve (secondo alcuni esperti, a novembre l'incremento dell'indice potrebbe arrivare anche al 5%), Pechino farà certamente ricorso a tutto il suo arsenale per stroncare sul nascere il rialzo dei prezzi.
Il ventaglio delle opzioni è ampio e composito. Primo. La Pboc, oltre a ritoccare ancora all'insù la riserva obbligatoria, entro breve potrebbe innalzare nuovamente il costo del denaro: se le pressioni inflazionistiche dovessero intensificarsi, anche in misura robusta. Secondo. Dopo aver chiuso un occhio per favorire la ripresa dell'economia reale, la banca centrale potrebbe imporre dei limiti draconiani all'espansione del credito, che nel 2010 si avvia a sconfinare ben oltre i target iniziali. Terzo. Pechino potrebbe lasciare un po' di briglia alla rivalutazione dello yuan, in modo da ridurre i prezzi delle merci d'importazione.
La stretta monetaria prossima ventura, ovviamente, avrà delle ripercussioni anche sull'economia reale cinese. Un'economia reale che, proprio in questa fase, va esaurendo il carburante pompato nei suoi serbatoi dal Governo nell'autunno 2008 tramite il pacchetto fiscale da 600 miliardi di dollari. Che accadrà alla fragile ripresa mondiale se la locomotiva cinese dovesse rallentare la corsa?, è la domanda inquietante che rimbalza in queste ore da Washington a Bruxelles, da Tokyo a Buenos Aires. Oggi nessuno è in grado di prevederlo. Ecco perché l'inflazione cinese spaventa il mondo e fa tremare i mercati.
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14/11/2010