AI WEIWEI SUL NOBEL E WIKILEAKS

AI WEIWEI SUL NOBEL E WIKILEAKS

Pechino, 10 dic. - «Ero all'aeroporto in attesa del volo per un viaggio tra Corea, Germania, Ucraina e Danimarca. Ero al gate, quando si sono avvicinati due poliziotti. Mi hanno mostrato un foglio in cui c'era scritto che la mia partenza avrebbe messo a rischio la sicurezza nazionale. Allora ho chiesto quanto sarebbe durato il provvedimento. Mi hanno risposto che non lo sapevano, che magari l'indomani avrei potuto provare di nuovo».

Sorride Ai Weiwei, occhi liquidi negli occhi di chi gli sta di fronte, mentre racconta la sua ultima disavventura, l'ultimo tratto della sua stramba traiettoria di scontro con il governo. Appoggiato ad una delle sedie del suo ufficio nella zona di Caochangdi a Pechino, lo incontro alle 8 del mattino, scoprendolo già impegnato nella quotidiana lettura dei giornali. Sornione come al solito, forse un poco stanco: le sue parole escono pacate, quasi impercettibili nel suono, ma imponenti nella loro durezza.


Dall'idealismo delle sue prime uscite, sembra divenuto più cinico e disincantato. Ai Weiwei è uno degli artisti più famosi della Cina contemporanea, già ideatore del Nido d'Uccello, recentemente ha esposto alla Tate Modern di Londra. Dopo il suo contributo creativo all'orgia del potere sfoggiato da Pechino nel 2008 per le Olimpidi, Ai Weiwei è divenuto una spina nel fianco del governo pechinese: prima ha boicottato i giochi, poi si è messo a cercare l'esatto numero di bambini morti nel terremoto del Sichuan.

Picchiato, operato d'urgenza alla testa in Germania, non si è fermato. Via twitter ha organizzato la marcia degli artisti sradicati dai loro studio appena un anno fa, ha denunciato arresti e soprusi. E' un mito del mondo dell'attivismo cinese: un paio di settimane fa è stato anche messo ai domiciliari, per non consentirgli di raggiungere Shanghai. Gli chiedo se nel suo viaggio in Europa, quello che gli è stato impedito, avrebbe fatto una tappa anche ad Oslo. Risponde di no, nonostante gli fosse stato chiesto: lui è uno dei tanti che l'8 dicembre scorso ha esultato per il premio Nobel a Liu Xiaobo.


«E' stata una bella notizia, ma in generale la Cina è sotto censura, non esiste discussione al riguardo. L'impatto di questo premio è molto forte soprattutto sul governo cinese, perché devono vergognarsi e la gente può accorgersi di come il mondo guarda alla Cina. Il governo nega l'esistenza di un problema di libertà di parola: hanno fermato oltre cento persone dopo il Nobel. Quindi, prima nessuno sapeva niente di Liu, ma ora almeno cento persone sono state arrestate, fermate, gli è stato impedito di viaggiare: questo ha portato molta gente a scoprire cosa stava succedendo».

Qualcosa si muove in Cina, specie nei meandri del web di cui Ai Weiwei è grande animatore. La scorsa settimana la conferenza annuale dei blogger cinesi è stata vietata: il rifugio degi protagonisti dell'on line cinese è stato lo studio di Ai Weiwei a Shanghai. Nonostante questo l'artista attivista rimane scettico: «non penso ci sarà un cambiamento. Cambiano le persone ma non l'ideologia: le persone al potere in Cina rifiutano ogni forma di dialogo, di mediazione, non vogliono aprirsi a riforme, ad un sistema giudiziario indipendente. Queste cose sembra che non cambieranno mai. Un punto di partenza è lottare per la libertà di espressione, affinché la gente possa scegliere in modo indipendente. I giovani non sanno cosa significhi scegliere, questo è un grosso problema».

Sulla natura di un eventuale cambiamento, vista la turbolenta storia della Cina, una riflessione piuttosto amara: «sarebbe bello che un eventuale cambiamento avvenisse attraverso un processo pacifico, ma la natura di questa macchina potrebbe volere dei costi molto alti per cambiare. Perché è arrogante, non ammette mai i propri errori, né permette negoziazioni, Ogni giorno accumula più tensione e ogni giorno qualcuno in silenzio l'abbandona. Questo potrebbe essere rischioso per un cambio pacifico, anche perché la maggioranza dei trentenni e dei quarantenni di oggi sono diventati più coscienti dei problemi, non sono più facilmente convincibili con parole vuote, non sono disposti a farsi fare il lavaggio del cervello. E' un bel segno, una generazione cui non importa niente del comunismo, del sistema che è stato creato e che protegge solo i propri interessi».


Internet potrebbe essere uno strumento importante, nonostante la censura - «che lavora bene in ogni dittatura» – come dimostrerebbe Wikileaks: «penso sia una cosa meravigliosa, è un perfetto esempio di come l'individuo può contrastare i sistemi politici basati su idee vecchie. In generale internet è un dono per riportare il potere agli individui. Sono tempi elettrici, non è mai successo niente del genere, siamo di fronte a un nuovo genere di umanità, le possibilità che internet sprigiona sono un miracolo e Wikileaks è un simbolo di questo cambiamento».


Fuori, una lunga via pechinese, deserta. Il nome dello studio di Ai Weiwei è Fake: chiudendosi la porta alle spalle, c'è davvero da chiedersi quale sia la vera realtà e quale sia l'inganno.
 
Questo articolo è stato pubblicato su China Files il 10 dicembre 2010.

 

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