A WENZHOU I CINESI INVESTONO ALL'ESTERO

Roma, 11 gen.- D'ora in poi i cittadini di Wenzhou potranno investire direttamente in territorio straniero: dopo il semaforo verde del governo, l'Ufficio Cooperazione Economica e Commercio Estero di Wenzhou ha dato il via a un programma pilota che permette ai residenti della città - nota in Italia perché da qui proviene la maggior parte degli immigrati cinesi - .di investire oltre 200 milioni di dollari all'anno all'estero All'iniziativa sono state tuttavia poste alcune limitazioni: il singolo progetto non può superare i 3 milioni di dollari, non sono permessi investimenti in società straniere che operano nel settore energetico o minerario, o rivolti a Paesi con cui la Cina non intrattiene rapporti diplomatici. Vietate, infine, acquisizioni immobiliari o azionarie.


 

Scopo del programma, fanno sapere i rappresentanti del governo di Wenzhou – nella provincia meridionale dello Zhejiang, a sud di Shanghai- non è solo quello di incoraggiare gli investimenti all'estero, ma anche di istituire un canale ufficiale e regolare attraverso cui dirigerli, consentendo contemporaneamente al governo di rafforzare il controllo sul flusso di capitali che varcano il confine. "Si tratta di operazioni che i cinesi di Wenzhou svolgono da tempo, ma attraverso canali illegali" ammette Zhou Xiaoping, direttore dell'Unità per il commercio e le importazioni dell'Ufficio per la Cooperazione Economica e Commercio estero. In una provincia tra le più ricche della Cina sono molti gli imprenditori che hanno fatto fortuna con l'estero (o all'estero) tramite attività manifatturiere, tessili, commerciali e attraverso investimenti immobiliari. Considerando solo il caso dell'Italia – meta ideale per il settore tessile –, secondo una stima del 2008 ben nove su dieci dei 187mila cinesi registrati provengono proprio dallo Zhejiang. Questo rapporto commerciale con l'estero ha garantito a Wenzhou il primo posto nella classifica delle città cinesi con la più alta percentuale di capitale privato che, secondo Zhou Dewen direttore del Consiglio per la promozione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese di Wenzhou, dovrebbe aggirarsi attorno ai 150 miliardi di dollari, pari a un trentesimo del PIL del Dragone del 2009. Ed è per i nuovi ricchi della città che sono state messe a punto delle strategie per investimenti cash da e per l'estero. Metodi spesso lontani dalla legalità dietro cui si nascondono fenomeni di "credito informale", quando non di  vera e propria usura, ma su cui "in futuro il governo potrà esercitare un maggiore controllo", scommette Zhou.

 

 

L'iniziativa di Wenzhou rappresenta inoltre, sostengono gli analisti, l'ultima mossa del governo cinese per mettere un freno all'inflazione incalzante e allentare le pressioni sull'apprezzamento dello yuan, una questione che da tempo mette a dura prova la difficile relazione tra Cina e Stati Uniti. Washington, che accusa Pechino di manipolazione della valuta e di concorrenza sleale, spinge sul Dragone per ottenere una maggiore rivalutazione dello yuan che attualmente, secondo alcune commissioni del Congresso USA, sarebbe stimato addirittura del 40% in meno rispetto al suo valore reale. Ma Pechino non sembra intenzionata a riesaminare il valore del Renminbi, sia per il timore di nuove speculazioni valutarie che potrebbero contribuire ad aumentare l'inflazione, sia per l'effettivo vantaggio sulle esportazioni.
Inoltre permettendo ai cittadini di Wenzhou di effettuare acquisizioni dirette di asset – spiega Yuan Zhigang, direttore della scuola di economia dell'Università Fudan di Shanghai - il governo ha istituito un nuovo canale per disperdere l'eccesso di liquidità, principale fattore di surriscaldamento dei prezzi e sintomo dell'inflazione galoppante che Pechino sta fronteggiando da mesi. 

 



 di Sonia Montrella

 

 

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