« Qui ora c'è il mio paese ma la Cina offre di più»

Un enorme senso di sollievo. Marco Wong, classe 1963, figlio di cinesi immigrati in Italia dopo un breve passaggio in Francia dallo Zhejiang, l'ha provato, questo sollievo, quando, a 19 anni, ha conquistato la cittadinanza italiana.
Marco, non eri tenuto a fare il passo. I tuoi connazionali raramente consegnano il passaporto della Repubblica popolare cinese, incompatibile con qualsiasi altra nazionalità. Se lo tengono ben stretto. Tu, invece...
Per me, quel gesto ha rappresentato la fine di un'estenuante serie di battaglie burocratiche delle quali, francamente, non vedevo la necessità.
In che senso?
Sono nato qui, come i miei fratelli. Ma il fatto di non avere la cittadinanza italiana è diventato fonte per me di mille inutili problemi. Pensa, mi hanno perfino convocato per la visita di leva.
Come è stato possibile?
Mistero. Ricordo che mentre il medico mi sottoponeva ai controlli di rito, qualcuno ha cominciato a rendersi conto del fatto che, probabilmente, mi mancava qualche requisito, a cominciare da quello basilare per poter servire lo Stato italiano da militare, vale a dire la cittadinanza.
Tu sei nato qui, come i tuoi due fratelli. Ora i tuoi figli sono italiani. Il più grande ha appena compiuto la maggiore età. Per lui il problema non si pone.
No, non si pone, per sua fortuna. Guarda, sono perfettamente conscio del fatto che quel giorno per me è finita una lunga serie di lungaggini burocratiche che nascondevano l'unica vera realtà.
Quale sarebbero queste difficoltà?
L'Italia è il mio paese. Su questo non ci piove.
Parli il cinese?
Ho dovuto riprendere a studiare il mandarino per conto mio. Ma questo ha innescato un processo di recupero dell'altra mia identità, quella cinese.
Non è un caso che tu sia stato tra i fondatori di Associna, l'associazione dei cinesi di seconda generazione, di cui sei presidente onorario, hai creato il mensile It's China, scritto il libro Nettare rosso. Cos'è, una forma di innamoramento di ritorno della tua anima cinese?
Quella cinese è una identità profonda, ineliminabile, che però in me si traduce in un profondo interesse nei confronti di tutte le forme di migrazioni e di mobilità.
Ti sei laureato in ingegneria al Politecnico di Milano, hai lavorato qui per una multinazionale cinese, Huawei, sei stato in Perù con Telecom. A buttarla sullo Zodiaco si potrebbe tirare in ballo il segno dei gemelli o il segno cinese del coniglio, i tuoi segni. Vivacità, irrequietezza, mobilità.
Ho girato parecchio, ma la mia città è qui, a Roma. L'oroscopo spiega solo in parte il fatto che sono una persona molto curiosa, cui piace girare.
Cosa vuol dire per te il fatto che l'Italia festeggia i suoi 150 anni?
Se è un fatto importante per l'Italia, lo è anche per me.
Un luogo comune dice che i cinesi sono molto nazionalisti, al contrario degli italiani.
Come in tutti i luoghi comuni c'è un fondo di verità. Il nazionalismo ha evitato alla Cina la disgrazia di smembrarsi, di diventare una colonia, le ha permesso di rialzare al testa. Questo è indubbio.
Dì la verita, Marco. Non ti sarai un filo pentito di aver scelto la cittadinanza italiana rinunciando a quella cinese?
Se penso al momento in cui ho fatto quella scelta dico di no. Però sarò sincero: oggi la Cina offre ben altre opportunità di quelle che si presentavano ai miei genitori e prima ancora ai miei nonni, la decisione sarebbe più sofferta.
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17/03/2011