"NUOVE MISURE RESTRITTIVE NELLA PRIMA META' DEL 2011"

Pechino, 6 dic.- Una politica monetaria molto restrittiva nella prima metà del 2011: è quanto prevede Ba Shusong, economista del Centro Ricerche sullo Sviluppo- un think tank legato al Consiglio di Stato, e quindi al governo di Pechino- in un articolo pubblicato oggi sul quotidiano ufficiale Renmin Ribao. E intanto dall'estero qualcuno inizia a scommettere su un brusco atterraggio dell'economia cinese, dovuto all'inefficacia dei provvedimenti per contenere l'inflazione. Secondo Ba, nei primi sei mesi dell'anno prossimo il Dragone lancerà misure attese da tempo, come un rafforzamento del tasso di cambio dello yuan e un ulteriore aumento dei tassi d'interesse, insieme a un rafforzamento di provvedimenti già adottati, come quelli per drenare liquidità dai mercati ed esercitare controlli più severi sull'afflusso di capitali speculativi dall'estero. "Nel 2011 l'indice dei prezzi al consumo salirà tra il 4% e il 5%, portando l'inflazione al primo posto dell'agenda del governo- dice Ba- ,pertanto la Cina aumenterà cautamente i tassi d'interesse e acconsentirà ad un'appropriata rivalutazione dello yuan in termini di tassi di cambio effettivi". Le dichiarazioni di un economista vicino al governo come Ba Shusong arrivano a qualche giorno di distanza dal comunicato ufficiale con il quale venerdì scorso il Politburo –il massimo organo del Partito Comunista- ha manifestato l'intenzione di passare da una politica monetaria "moderatamente espansiva" ad una "prudente"; segno che tutte le misure adottate finora (dall'incremento del coefficiente di riserva obbligatoria delle banche fino all'aumento del tasso d'interesse dell'ottobre scorso, il primo in quasi tre anni) non sembrano più sufficienti a contenere l'inflazione e impedire che un mercato sul quale è stato immesso un eccesso di liquidità raggiunga il livello di surriscaldamento.

Ad ottobre, secondo i dati ufficiali, l'indice dei prezzi al consumo è aumentato del 4.4% - ben al di là della soglia del 3% entro la quale il governo intende contenerla per la fine dell'anno- e alcuni analisti prevedono un incremento ancora più elevato dei dati di novembre, che non sono ancora stati diffusi. A pesare sugli aumenti sono soprattutto i rincari dei generi alimentari, che in qualche caso - alcuni vegetali, ad esempio- hanno registrato una crescita dei prezzi di circa il 20% . Qualche settimana fa il premier Wen Jiabao aveva lanciato l'ipotesi di calmierare i prezzi di alcuni generi di prima necessità, un'idea alla quale per ora non è stato dato seguito  e che il massimo organo di pianificazione economica, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, pare ritenere prematura.

Ma secondo alcuni osservatori internazionali anche le misure restrittive previste da Ba Shusong e dal Centro Ricerche sullo Sviluppo rischiano di arrivare in ritardo: è il caso, ad esempio, di Royal Bank of Scotland, che in una nota diffusa ieri raccomanda di investire in Credit Default Swap sul debito cinese a cinque anni. La Cina a rischio default? "Assolutamente no- ha spiegato Tim Ash, a capo della sezione mercati emergenti della banca- si tratta solo di un investimento per tutelarsi non contro un default, ma contro un brusco ridimensionamento della crescita cinese, i cui effetti non mancherebbero di ripercuotersi su tutta l'Asia".  E se tra le misure indicate da Ba Shusong c'è anche un aumento del tasso di cambio dello yuan- vuoi per convinzione o come concessione alle critiche che piovono dall'estero sulla moneta cinese- la misura, se verrà attuata, sembra andare nella direzione auspicata proprio ieri da Ben Bernanke: "Uno yuan debole non è negli interessi né degli USA né della Cina- ha detto il capo della Federal Reserve in un'intervista alla trasmissione 60 minuti di CBS- perché tra le altre cose rende la Cina incapace di una propria politica monetaria, vincolata com'è a quella del dollaro e, vista la crescita veloce alla quale sta assistendo, la pone a rischio inflazione nell'importare la politica monetaria americana". Sullo yuan, com'è noto, Cina e USA sono impegnati da mesi in un'aspra disputa: Washington rimprovera a Pechino di mantenere artificialmente basso il valore della propria valuta per garantirsi un vantaggio sleale nelle esportazioni; Pechino ha sostanzialmente ribattuto che anche il recente alleggerimento quantitativo deciso dalla FED - la stampa di nuova moneta, utilizzata per acquistare buoni del tesoro e sostenere una ripresa che stenta a decollare- equivale di fatto a una manipolazione di valuta.

L'inflazione galoppante in Cina è dovuta all'afflusso di capitali speculativi dall'estero, come sostengono gli economisti cinesi più fedeli alla linea? O la ragione del continuo aumento dei prezzi – dei generi alimentari e delle case- va rintracciata nell'enorme massa di liquidità, 9590 miliardi di yuan (circa 1087 miliardi di euro al cambio attuale), con la quale le banche hanno alluvionato il mercato nel corso di tutto il 2009 per contrastare la crisi che veniva da Occidente? Che si creda all'una o all'altra interpretazione, in questo momento è la lotta all'inflazione la priorità dell'agenda politica cinese.

 

 

di Antonio Talia

 

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