« Le differenze sui diritti umani non devono fermare il dialogo»

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La questione dei diritti umani non può compromettere il dialogo tra Cina e Stati Uniti. Appena sbarcata a Pechino, quarta e ultima tappa della sua prima missione in Asia, Hillary Clinton mostra subito una buona dose di pragmatismo.
Il Tibet, i dissidenti, le minoranze etniche e religiose sono problemi seri che figurano nell'agenda della trasferta pechinese del segretario di Stato americano. «Ma su questi temi sappiamo già cosa ci risponderanno i cinesi», ha detto la Clinton, ieri sera al suo arrivo a Pechino dove durante il fine settimana incontrerà il premier, Wen Jiabao, e il presidente, Hu Jintao.
Un pragmatismo imposto dai fatti. Il mondo intero, Cina compresa, è alle prese con una terribile crisi economico-finanziaria e di questo oggi i vertici delle due superpotenze hanno il dovere di discutere. Sicuramente, come sulla questione dei diritti umani, partendo da posizioni divergenti.
Il contenzioso economico-commerciale tra Pechino e Washington è sconfinato. Il principale argomento di frizione diplomatica tra i due Paesi è lo yuan, che la Casa Bianca ritiene sottovalutato. Secondo gli Stati Uniti, per anni la Cina è stata una concorrente sleale, facendo leva su una valutazione artificiosa e irrealistica dello yuan. I cinesi hanno puntualmente rinviato le accuse al mittente, sostenendo che il cambio è una questione sovrana di stretta competenza di Pechino.
Nell'ultima parte dell'Amministrazione Bush, grazie alla politica conciliante del segretario al Tesoro, Henry Paulson, e alla rivalutazione dello yuan sul dollaro, la diatriba si era un po' sgonfiata. Ma nelle ultime settimane, sulla scia della campagna protezionistica «Buy American» sostenuta dall'Amministrazione Obama, è tornata di attualità. Ma i cinesi opporranno un muro di gomma alle critiche americane. E questa volta, rispetto al passato, da una posizione di forza. A dicembre la Cina ha sottoscritto altri 14 miliardi di dollari di Treasury Bonds, portando a 696 miliardi il suo stock di titoli del Tesoro Usa e consolidando la sua posizione di principale finanziatrice degli Stati Uniti. Circa un terzo del totale delle riserve valutarie cinesi oggi sono impiegate in debito americano.
Questa esposizione inizia però a sollevare qualche perplessità nel Governo cinese. Pechino teme che la raffica di piani di salvataggio lanciati da Washington spingano fuori controllo i conti pubblici americani, riaccendendo l'inflazione e innescando un deprezzamento del dollaro.
In questo caso, l'investimento cinese finirebbe per svalutarsi. Il messaggio per il nuovo segretario di Stato statunitense sembra chiaro: prima di discutere quale sia il giusto valore dello yuan, come chiedono da anni gli americani, oggi forse sarebbe meglio discutere quale sia il giusto valore del dollaro.
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21/02/2009