"GENNAIO-FEBBRAIO  INFLAZIONE AL 5%"

Pechino, 10 feb. - L'inflazione continua a rappresentare il nemico numero uno dell'economia del Dragone: se a novembre e dicembre l'indice dei prezzi al consumo era cresciuto rispettivamente del 5.1% e del 4.6%, l'analista del Development Research Center Ba Shusong - un think tank che fa capo al Consiglio di Stato - prevede che l'aumento registrato per il mese di gennaio e di febbraio raggiungerà quota 5%, ben al di là della soglia del 4% entro la quale il governo intende contenerlo, toccando così i livelli più alti degli ultimi due anni.

 

Mentre il premier Wen Jiabao rassicura sull'allarme siccità dichiarando che la Cina è in grado di mantenere fondamentalmente stabile il livello dei prezzi - grazie a un equilibrio tra la domanda e i rifornimenti di grano e un'ampia disponibilità di riserve di cereali-, le previsioni sull'inflazione vengono pubblicate dai media nazionali con un tempismo che appare prevedibile. Sono infatti trascorsi pochi giorni dalla decisione della Banca centrale di aumentare il tasso d'interesse per la terza volta dall' ottobre dell'anno scorso (questo articolo), una mossa tesa a contenere la spirale inflattiva destinata ad aggravarsi per la presenza di due fattori quali l'elevatissima richiesta di denaro che si è registrata prima del capodanno cinese e la siccità che sta colpendo le produzioni di grano in otto province cinesi (questo articolo e questo articolo).

 

E se c'è già chi guarda all'inflazione non solo come una minaccia ma anche come a uno stimolo ai consumi, il controllo dei prezzi costituisce indubbiamente la priorità del nuovo anno; nel suo rapporto trimestrale sulle politiche monetarie pubblicato il 30 gennaio scorso, la Banca centrale cinese aveva tracciato la linea economica dei prossimi mesi individuando nella lotta all'inflazione il caposaldo dell'agenda politica (questo articolo). Rincari dei generi alimentari, aumento dei prezzi delle case, eccesso di liquidità in circolazione: nel corso dell'ultimo anno la Banca centrale ha ordinato agli istituti di credito ben sette aumenti dei requisiti di riserva obbligatoria e a metà dicembre il Politburo e la Conferenza Economica Centrale avevano ufficializzato una modifica della politica monetaria cinese da "moderatamente rilassata" a "prudente", ma a quanto pare le restrizioni alla quantità di denaro che le banche possono immettere nel sistema non costituiscono una misura sufficiente a ridurre la pressione inflazionistica.

 

Se l'anno scorso le banche cinesi hanno concesso nuovi prestiti per 7950 miliardi di yuan, infrangendo il limite dei 7500 miliardi fissato da Pechino, i media nazionali mostrano che i nuovi prestiti immessi dalle banche cinesi sul mercato nel solo mese di gennaio hanno già raggiunto quota 1,2 trilioni di yuan (182,1 miliardi di dollari). E i dati diffuso giovedì dal China Real Estate Index System (CREIS) parlano di aumento dei prezzi delle case nel mese di gennaio dello 0,95 rispetto allo 0,90 del mese di dicembre, confermando i timori di una bolla speculativa nel settore immobiliare dove è stata canalizzata la maggior parte della liquidità in circolazione.

 

Ma secondo la Banca centrale, l'inflazione galoppante non va addebitata solo a ragioni interne: le recenti accuse del capo della Federal Reserve Bernanke alla politica monetaria cinese potrebbero riaccendere le tensioni tra l'Aquila e il Dragone sulla rivalutazione dello yuan. In seguito alle critiche sollevate da Bernanke che mercoledì aveva definito l'aumento del tasso d'interesse deciso dalla PBoC una mossa "sorprendente" per contenere il rincaro dei prezzi, sottolineando che solo un rapido apprezzamento della divisa cinese – ritenuta sottostimata dagli americani – può essere efficace nella lotta contro l'inflazione, il portavoce del ministero degli affari esteri cinesi Ma Zhaoxu scende in campo in difesa della politica monetaria del governo: il controllo di Pechino sul tasso di cambio rientra negli "interessi di lungo periodo del Paese", dichiara Ma, rinnovando la disponibilità di Pechino a una riforma graduale del meccanismo del tasso di cambio dello yuan.

 

Se Ma non cita direttamente le critiche di Bernanke nel suo briefing, il messaggio appare chiaramente rivolto al capo della Fed. "I fatti hanno dimostrato che il surplus commerciale riportato dalla Cina nei confronti degli Usa non è ascrivibile al valore della valuta cinese. Speriamo che certi individui guarderanno alla situazione in modo oggettivo" (questo articolo).

 

La questione della rivalutazione dello yuan, com'è noto, agita da tempo le acque tra le due sponde del Pacifico: Washington accusa Pechino di mantenere artificialmente basso il  valore della sua moneta per ottenere un vantaggio sleale negli scambi con l'estero.  Per gli USA, la ragione dell'enorme surplus commerciale riportato dalla Cina nei confronti dell'America - che nel 2010 si è ulteriormente allargato del 26% - risiede in una valuta che viene stimata ad un valore di circa il 30% inferiore a quello reale. Nel recente rapporto semestrale sulle valute del Tesoro americano, il fatto che la Cina non venga accusata di mantenere artificialmente basso il valore della propria moneta, non ha impedito ai tecnici del segretario Timothy Geithner di ritenere il tasso di apprezzamento dello yuan comunque troppo lento. A determinare la pronuncia del Tesoro è stato proprio il fattore inflazione: tenendo conto che il costo della vita in Cina aumenta più che negli Stati Uniti, lo yuan-renmimbi si è apprezzato in termini reali di circa il 10% (questo articolo).

 

Le critiche di Bernanke toccano un nervo scoperto dopo le polemiche seguite alla decisione della Fed nel novembre dell'anno scorso di un nuovo alleggerimento quantitativo da 600 miliardi da diluire fino al giugno del 2011 - un tentativo di abbassare il tasso di cambio del dollaro e sostenere così attraverso le esportazioni una ripresa economica che stenta a decollare -, che aveva spinto la PBoC ad accusare gli Stati Uniti di esportare inflazione, oltre a diminuire il valore dell'enorme quantità di debito pubblico americano detenuto dal Dragone. Il rapporto della Banca Centrale cinese conteneva infatti un attacco diretto alle ultime manovre straordinarie della Fed. "Le decisioni della Federal Reserve non risolvono problemi economici fondamentali  – scrivono i tecnici di PBoC-, ma viceversa potrebbero causare un eccesso di liquidità a livello globale e provocare svalutazioni competitive in tutto il mondo. L'alleggerimento quantitativo sta conducendo ad un aumento dei prezzi internazionali delle commodities e ad un rincaro degli asset in tutte le economie emergenti, inclusa la Cina" (questo articolo).

 

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