Storia del diplomatico italiano che l'11 Settembre si schierò dalla parte dei giusti

Non l'11 Settembre 2001, ma quello di 45 anni fa, quando il golpe di Pinochet dette vita a una dittatura sanguinaria i cui effetti si sentirono anche in Italia

11 settembre cile golpe pinochet anniversario
Afp 
Augusto Pinochet (Afp) 

La notte della libertà iniziò prima delle sette del mattino, 45 anni fa. Il Cile, uno dei paesi sudamericani dalla più forte tradizione democratica, si svegliò con il rombo dei caccia militari che andavano a bombardare il loro stesso palazzo presidenziale, la Moneda. Iniziava una dittatura violenta e sanguinaria, destinata a durare fino al fatidico 1989: anno in cui i muri crollarono e i tiranni caddero. Se si vuole vedere la rappresentazione plastica di quanto sia perversa la natura di un golpe, si guardino le immagini di quell’attacco. E le foto di un generale, Augusto Pinochet, che dietro i suoi occhiali scuri tradiva il giuramento al suo legittimo presidente, Salvador Allende.

A Washington hanno paura di un presidente marxista

Allende aveva vinto legittimamente le elezioni due anni prima. Era esponente del partito socialista di dottrina marxista, il primo delle Americhe ad arrivare al potere con il voto, e governava agli inizi con l’appoggio determinante della sinistra estrema. Ma erano gli anni in cui gli Usa raggiungevano il nadir del loro potere internazionale, scossi com’erano dalla vicenda vietnamita.

L’Unione Sovietica era in espansione: in Africa, nel Sudest asiatico, nel mondo arabo. Un’America stremata e spaventata non poteva tollerare che, dopo Cuba, un altro paese latinoamericano passasse dall’altra parte della barricata.

Un grosso bastone

Una prospettiva in realtà alquanto lontana, se si considera che proprio Allende a un certo punto aveva rotto con la sinistra estrema. Ma più che essere rassicurati da questo divorzio, a Washington erano preoccupati dalle nazionalizzazioni. E poi non si dimentichi: quello era il loro cortile di casa, e quando si trattava del cortile di casa dai tempi di Theodore Roosevelt valeva il principio “parla piano e portati dietro un grosso bastone”.

Quando anche i sindacati abbandonarono il loro Presidente, con lo sciopero dei camionisti delle miniere del Teniente, i tempi sembrarono maturi. Il governo era ormai in minoranza: nel Parlamento e nel Paese. Sarebbe bastato un soffio.

Il kalashnikov di Fidel

Le operazioni furono brevi, e nemmeno troppo complicate: solo una piccola parte delle forze armate era dalla parte delle istituzioni. Allende perse la vita durante le operazioni, e prima di morire fu fotografato con l’elmetto sulla testa e un kalashnikov – regalatogli da Fidel Castro – tra le braccia. La sua uccisione venne considerata dai golpisti più o meno alla stregua di un piccolo danno collaterale.

Le urla dello stadio di Santiago

Nel pomeriggio iniziarono i rastrellamenti. Decine di migliaia di persone vennero arrestato e chiuse selle gradinate dello stadio di Santiago, in attesa di essere portati negli spogliatoi e nei salottini per essere “interrogati”. Non tutti ne uscivano vivi. Le urla dei torturati si sentirono, quella notte per le strade. Per la maggior parte si sarebbero aperte, a tempo indeterminato, le porte delle carceri: ancora torture, ancora violenze, ancora sparizioni nel nulla.

La sporca guerra del Generale

La sera una giunta di generali fece sapere che si sarebbe assunta l’onere di guidare il Paese attraverso la persona del generale Augusto Pinochet. Sarebbe rimasto al potere per 16 anni, con questo bilancio: tra 1.200 e 3.200 le vittime della repressione politica, tra 80.000 e 600.000 gli internati e gli esiliati, tra i 30.000 e i 130.000 i torturati e le vittime di violenza. Sono cifre per difetto. Circa un milione di persone. Quasi un genocidio, condotto non sulla base dell’odio etnico ma di quello ideologico. La sporca guerra del Generale ha distrutto un’intera generazione.

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AFP 
Colpo di stato militare guidato dal generale Augusto Pinochet (Afp) 

Se ne sarebbe andato solo dopo aver perso, contro tutte le scommesse, un referendum istituzionale che avrebbe modificato la Costituzione facendo di lui il Presidente a vita. Ma talvolta anche la democrazia si sa vendicare, e basta darle un dito perché ti azzanni e ti stacchi tutto il braccio. Fu così che il golpista perse la cappa l’unica volta che aveva commesso l’errore, per supponenza, di considerare il popolo un parco buoi. Il Cile, aveva tralasciato di ricordare, era pur sempre il popolo più democratico di tutto il Sudamerica.

I sommersi e i salvati

Merita ricordare, in quell’orgia di sangue che fu il Cile di Pinochet, un uomo rimasto poi, nonostante tutto, lontano dai riflettori e dai pubblici ringraziamenti. Si chiamava Tomaso De Vergottini, ed era finito in Cile per un caso, a fare l’incaricato d’affari della ambasciata italiana di Santiago. Un incarico pro tempore, almeno sulla carta. Gli eventi lo costrinsero a restare. E, soprattutto, a fare qualcosa.

L’ambasciata italiana a Santiago ha un enorme giardino, circondato da un muro alto e sicuro. La gente, la notte stessa del golpe, iniziò a scappare dai rastrellamenti arrampicandocisi sopra, e saltando giù, verso la salvezza garantita dall'extraterritorialità. Che fare? De Vergottini poteva rimandarli indietro, nel nome della neutralità che ogni sede diplomatica deve mantenere. Ma questo significava mandare al macello degli esseri umani. Lui scelse le ragioni della civiltà. Per un anno accolse quegli esiliati nella loro stessa patria, dandogli da mangiare e da dormire: decine e decine di persone. Con i militari che stringevano letteralmente d’assedio il comprensorio, ed arrivarono a buttar dento il giardino, come un sacco di stracci, il cadavere di una ragazza torturata da loro, per avere la scusa di intervenire poi in barba all’extraterritorialità.

De Vergottini tenne duro, e in quella sorta di Hotel Rwanda che era divenuto l’ambasciata ci furono uomini e donne che, invece di trovarsi tra i sommersi, finirono per esser tra i salvati.

Non fu questa però l’unica circostanza in cui il golpe cileno tirò fuori la parte migliore del nostro Paese.

Perché in Italia no

Ora, se c’era all’epoca un Paese che al Cile finiva per somigliare incredibilmente, almeno dal punto di vista politico, questo era l’Italia. E non solo perché da noi come da loro c’era una Democrazia Cristiana, un Partito Socialista e un Partito comunista, ma anche le destre estreme dalle voglie golpiste.

Quanto accaduto ad Allende fu vissuto come uno shock ed un richiamo al fatto che il sistema democratico dell’alternanza sarebbe rimasto bloccato, se le sinistre non avessero avviato una riflessione sulla loro marcia attraverso le istituzioni.Enrico Berlinguer questa riflessione la avviò con tre articoli pubblicati dal mensile del Pci, Rinascita. Si intitolavano, didascalicamente ma chiaramente, "Riflessioni sull' Italia dopo i fatti del Cile”. Ne scaturì la politica del dialogo con la Democrazia Cristiana di Aldo Moro, nel nome della stabilità democratica. Una nuova stagione si apriva, in un Paese che si stava confrontando con il terrorismo delle Brigate Rosse e le trame nere. Anche se lo stesso Berlinguer corse dei rischi, anche fisici, sotto forma di uno strano incidente occorsogli in Bulgaria. Non era solo l’America di Nixon e Kissinger che non tollerrava certi strappi.



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