Perché l'amministratore delegato di Tim è stato sfiduciato

Amos Genish parla di un "putsch in stile sovietico". C'entra lo scontro tra i due grandi azionisti, Elliott e Vivendi?

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 Miguel Medina
 Amos Genish

Era una mossa nell'aria da quando l'assemblea di Tim del 4 maggio scorso aveva sancito la sconfitta di Vivendi consegnando a Elliott la maggioranza nel board della società. Nonostante le dichiarazioni di rito, si aspettava solo di capire il momento esatto per il voto di sfiducia all'amministratore delegato Amos Genish. Il momento è arrivato con il cda straordinario che si è riunito all'alba, ritirando le deleghe al manager israeliano e conferendole al presidente Fulvio Conti. Una nuova riunione fissata per domenica 18 novembre eleggerà la nuova guida del primo operatore di tlc del paese.

Chi sarà il successore?

Si profila una scelta interna al board stesso, con in pole l'ex braccio destro in Fiat di Sergio Marchionne, il tarantino Alfredo Altavilla. Tra i consiglieri, si fanno anche i nomi di Rocco Sabelli e Luigi Gubitosi. Se la scelta invece dovesse ricadere su un manager della società, qualche chance potrebbe averla Stefano De Angelis, dopo la fortunata esperienza a capo della controllata Tim Brasil. Per Vivendi, il "siluramento" di Genish "è stata una mossa molto cinica e pianificata volutamente in segreto per destabilizzare la società". L'addio di Genish porta di nuovo in campo aperto la guerra tra i due principali soci, con Vivendi che, perso un proprio uomo in un posto nevralgico, potrebbe chiedere la convocazione di un'assemblea per cercare di riprendere il comando della compagnia e dettare nuovamente la linea per lo sviluppo futuro della compagnia.

L'interessato ha parlato di "un putsch in stile sovietico" e ha comunque manifestato l'intenzione di rimanere nel cda della società come consigliere "per difendere i diritti degli azionisti". Parlando alla Reuters in Cina - dove si era recato per siglare alcuni accordi commerciali per conto di Tim - il dirigente ha affermato che l'ambiente all'interno della compagnia telefonica è "disfunzionale" e diversi direttori hanno fatto "una campagna contro" di lui "da mesi".

Le ragioni della sfiducia

Altre fonti, invece, escludono che il ribaltone al vertice sia da attribuire a Elliott, visto che il board "è indipendente e risponde al mercato". Semmai, il ritiro delle deleghe, "dopo la fiducia concessa" e l'opportunità "datagli per creare valore", è imputabile alle "inadeguatezze" stesse del manager israeliano, oltre che "ai comportamenti singolari" e alla sua scarsa presenza alla vita quotidiana del gruppo. Di certo, il benservito è arrivato dopo una trimestrale archiviata con una perdita di 800 milioni di euro, causata dalla svalutazione del business domestico per 2 miliardi.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra board e l'a.d., pare comunque che sia stata la puntualizzazione di Genish dopo che il governo si era espresso a favore di un player unico della rete. In una dichiarazione diffusa tramite i canali ufficiali della società, l'amministratore delegato uscente si è detto favorevole a un soggetto unico per la rete, a patto però che esso rimanga sotto il controllo di Tim. Con l'addio di Genish, il conto dei ceo fagocitati dalle turbolenze di casa Tim sale a 4 in 5 anni (con 31 milioni di euro in buonuscite). La Borsa sta alla finestra e, dopo essere finite sull'ottovolante, le azioni Tim hanno chiuso in rialzo dell'1,43%.



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