Cosa manca al cloud nazionale per essere “strategico”

Cosa manca al cloud nazionale per essere “strategico”

L'attesa del bando, i dubbi sulla sua efficacia: a che punto è il Polo Strategico Nazionale e perché non è importante solo per la pubblica amministrazione 

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© ANDREW BROOKES / IMAGE SOURCE / IMAGE SOURCE VIA AFP
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AGI - La partita per il Polo Strategico Nazionale è socchiusa: alcune scelte sembrano definite, ma c'è ancora qualche spiraglio. Il primo tempo, iniziato formalmente il 7 settembre con la diffusione dei requisiti espressi per il progetto Cloud Italia, si è chiuso il 27 dicembre: si procederà sulla base della proposta – da sempre ritenuta grande favorita – della cordata composta da Tim, Cdp, Leonardo e Sogei. Il progetto selezionato verrà messo a gara, con un bando che sarà pubblicato a giorni, al quale potranno partecipare anche altre “squadre” pubblico-private. Si sono già detti disponibili sia Fastweb (che aveva presentato un progetto) che il Consorzio Italia Cloud, composto da sei aziende e Insiel, la in house della Regione Friuli-Venezia-Giulia, che si era sfilato nella prima fase.

Adesso che si apre il secondo tempo della partita, il presidente del consorzio Michele Zunino torna a chiedere “trasparenza”: “Attediamo di leggere nel dettaglio il testo del bando di gara, per assicurarci che tutto sia fatto nel rispetto delle regole e con la dovuta trasparenza, nonché nell'interesse di medio e lungo termine del nostro Paese”.

Perché il cloud nazionale è “strategico”

Il Polo Strategico Nazionale è l'infrastruttura che dovrebbe dare alla pubblica amministrazione un “cloud nazionale”. Si parla di tutte le amministrazioni centrali (circa 200), delle Asl e delle amministrazioni locali (Regioni, città metropolitane e Comuni con più di 250 mila abitanti). Almeno il 75% dovrà migrare sul cloud entro il 2025. Per il progetto sono a disposizione 1,9 miliardi di euro del Pnrr.

“Il modello del Cloud Nazionale è l’unica soluzione responsabile e percorribile che possa assicurare una trasformazione digitale”, afferma Zunino all'Agi. Non solo per la pubblica amministrazione ma “per l'economia nel suo complesso”. Il cloud, infatti, non è il fine ma lo strumento. E non può essere immaginato solo come un serbatoio di dati. Permette, attraverso la loro gestione di, “supportare le decisioni”.

La mole di informazioni da elaborare, spiega Zunino, ha “bisogno di una capacità di calcolo enorme, che non può essere gestito internamente dalle Pmi”. In altre parole: senza il cloud, solo i giganti sarebbero in grado prendere decisioni realmente informate. È un po' come se in una regata tutte le barche avessero la vela ma solo alcune (pochissime) conoscessero in anticipo meteo e direzione del vento. Non ci sarebbe gara. “Non so dire se succederà tra dieci o vent'anni, ma il trend è questo. Senza il cloud, le Pmi non possono essere competitive. Ecco perché è un elemento strategico per il Paese”.

Autonomia tecnologica e geopolitica

Guai a pensare che sia un tema solo tecnologico: è anche economico e geopolitico. La Strategia Italia Cloud indica, infatti, tra i principali obiettivi “l'autonomia tecnologica”. In un panorama in cui i soggetti dominanti sono extra-europei, gli Stati – si legge nel documento d'indirizzo - rischiano di trovarsi in condizioni di “debolezza contrattuale”, soggetti al rischio di “modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti”. In pratica, c'è il rischio di rimanere ammanettati (lock-in) a un fornitore, che potrebbe non avere gli stessi interessi del Paese in cui opera.

L'obiettivo è sacrosanto, ma “l'autonomia tecnologica va qualificata”, afferma Zunino. “Non è pensabile essere autarchici, ma andrebbe distinto un prodotto da un servizio e definita qual è la governance rispetto agli iper-scaler”. I mega-big del cloud (Google, Amazon e Microsoft) non sono infatti tagliati fuori dal Polo Strategico, che al momento richiede “la localizzazione dei dati nell’Unione europea” e – in alcuni casi – in Italia. Ma per le grandi compagnie non è un problema, visto che sono fisicamente già presenti in Ue. “Servono regole chiare – sottolinea il presidente del Consorzio - perché chi gestisce i dati governa lo strumento da cui dipende la competitività di un Paese”.

La classificazione dei dati

Si sa, per il momento, solo che i dati saranno classificati in base alla loro sensibilità: ordinari (la cui compromissione non pregiudichi il benessere economico e sociale del Paese), critici (decisivi per il mantenimento di funzioni rilevanti per la società, la salute, la sicurezza e il benessere) e strategici (la cui compromissione può avere un impatto sulla sicurezza nazionale). Per ciascuna classe, le pubbliche amministrazioni potranno accedere a diversi servizi cloud, che dovranno rispondere a standard più rigidi man mano che aumenta la crucialità del dato.

Attenzione però: il passaggio al Polo strategico nazionale non è obbligatorio. Gli uffici pubblici potranno scegliere altre soluzioni, a patto che rispondano ai requisiti che il rango del dato esige. Si arriverà quindi alla “realizzazione di un mercato elettronico dei servizi cloud qualificati”. Ed è qui che guardano le società anche nel caso in cui non si aggiudichino il bando, come il Consorzio Cloud Italia.

Dalla creazione all'adozione

Il Polo Strategico rappresenta la via preferenziale, ma non avrà quindi un monopolio assoluto. E per far sì che non vadano sprecati 1,9 miliardi dovrà fornire un servizio efficace. Uno dei punti critici, secondo Zunino, sta nella messa a terra del progetto. “Fino a ora è stata un'operazione di forza, per arrivare a un risultato velocemente. Ma se manca il consenso sarà difficile costruire un cloud nazionale”.

In sostanza, un approccio calato dall'alto è sì riuscito a velocizzare i processi burocratici, ma rischia di arenarsi nel momento in cui dovrà entrare negli uffici. Anche potrebbe voler dire entrare in conflitto con organizzazioni, imprese e agenzie locali (ad esempio nelle regioni): “È come chiedere al tacchino di anticipare il Natale”.

“Il progetto – continua Zunino - dovrebbe essere aperto e inclusivo, con una graduale modifica dell'esistente. Dovrebbe valorizzare gli investimenti già fatti e le competenze. C'è un know how diffuso, migliorabile ma c'è”. Quello che il presidente del Consorzio contesta è quindi proprio l'aggettivo che descrive il Polo: “strategico”: “Un governo ha come mandato quello di definire politiche industriali o elargire delle commesse? Ho la sensazione che questa sia una commessa. Manca il contesto di lungo termine, manca una strategia digitale per il Paese”. I dettagli del bando (subito) la trasparenza della gara (entro il 2022) e la migrazione sul cloud nazionale (nei prossimi tre anni) ci diranno se si tratta di timori partigiani o di preoccupazioni fondate.