L'Italia è fuori dalla recessione o no? Come leggono i giornali i dati dell'Istat

I commenti del Corriere della Sera, Repubblica, Il Foglio e Il Sole24Ore sui dati forniti dall'istituto di statistica

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John MACDOUGALL / AFP 
Lavoro, produzione industriale, pil 

“Italia fuori dalla recessione” titola deciso dalla metà della prima pagina il Corriere della Sera. “Fine recessione, torna la crescita” registra Il Fatto Quotidiano. “Risale il Pil, ma la ripresa è lontana” avverte più cauto Il Messaggero della Capitale. “Pil +0,2% in tre mesi (metà dell’eurozona). Crescono gli occupati” la butta più sul paragone Il Sole 24 Ore. “Non è più recessione ma per Pil e lavoro solo una miniripresa” smonta la Repubblica. “Ma non c’era la crisi economica? Il Pil torna a crescere dello 0,2%” la butta un po’ sull’ironia Libero, per il quale “il 2019 inizia bene”. I dati sono certificati dall’Istat.

Le tessere da mettere a posto nel puzzle della ripresa, secondo Fubini

“L’Italia è fuori dalla recessione, l’area euro non la rischia più, ma restano tante tessere da mettere a posto nel puzzle di una ripresa ancora illeggibile” osserva Federico Fubini dalle colonne del Corriere della Sera sotto il titolo “La spinta dell’export”. Ed è “come se gli stessi italiani che hanno trovato un lavoro in questo ultimo mese o dall’inizio dell’anno non credessero ai propri occhi”, chiosa l’editorialista.

“I segnali più recenti dal mondo del lavoro sono chiaramente buoni, dopo una perdita di 120 mila posti coincisa con i primi mesi del governo giallo-verde fino a dicembre. Tuttora gli occupati restano sotto i livelli di maggio scorso, ma i 60 mila che si sono aggiunti solo a marzo sembrano averlo fatto nel modo migliore: concentrati molto più fra i nuovi dipendenti a tempo indeterminato (più 44 mila occupati) che fra quelli a termine (più duemila); concentrati nelle fasce dei giovanissimi (più 51 mila fino ai 24 anni), dei giovani (più 18 mila fra i 25 e i 34 anni), che negli adulti (solo più quattromila fra i 35 e il 49 anni), mentre fra i più che cinquantenni si registrano perdite di posti (meno 14 mila)” .

“Poi però iniziano i rebus dell’economia più debole d’Europa – va più a fondo nell’analisi Fubini - rimasta quasi ferma nell’ultimo anno. Il più vistoso riguarda il fatto che questo aumento di posti apparentemente buoni, non precari, per ora non produce ottimismo fra le famiglie. Mese dopo mese la fiducia dei consumatori continua a scendere — anche in aprile — e ormai è ai minimi da due anni. È come se dietro i nuovi contratti non ci fossero tante ore di lavoro quante ne servirebbero a molti italiani per portare a casa un salario da tempo pieno”.

Infine, “l’enigma più profondo, sui motori che hanno portato l’Italia fuori dalla recessione. Dove sono? L’Istat parla di ‘contributo negativo della componente nazionale’ — consumi, investimenti e scorte di magazzino —e di ‘apporto positivo della componente estera netta’, come se fosse stato l’export a tirare i l Paese fuori dalle secche”.

Un segnale positivo per tutti, ma con cautela, scrive Di Vico

“Un segnale positivo per tutti” è il titolo del commento di Dario Di Vico sul Corriere, che però già nell’occhiello avverte il lettore: “Ma serve cautela”.  “Vanno dunque salutati con favore i due risultati resi noti ieri dall’Istat – scrive Di Vico –, il +0,2% del primo trimestre ‘19 del Pil e un aumento di 60 mila occupati concentrati per lo più nella fascia giovanile under 24” anche se “non esiste una somma algebrica dei due dati ma si può pensare che il rimbalzo del primo trimestre testimoni comunque la tenuta della nostra manifattura dentro però uno scenario che potrebbe cambiare già nel secondo trimestre. Ad alimentare questo tipo di considerazioni pessimistiche concorrono, oltre al ristagno della domanda interna, il basso ritmo degli investimenti per la digitalizzazione, la sovracapacità di un settore-chiave come il grande commercio, le difficoltà del mondo dell’automotive a individuare tempi e modalità della transizione all’elettrico”.

Per Cerasa (Il Foglio) resta un anno tutt'altro che 'bellissimo'

Il Foglio, per la firma del direttore Claudio Cerasa, rileva che “sotto molti punti di vista, nonostante l’entusiasmo del governo, i dati offerti ieri dall’Istat rispetto alla crescita dei primi tre mesi dell’anno (+0,2) ci ricordano ancora una volta che l’anno bellissimo immaginato dal premier Giuseppe Conte sta dando ogni giorno prova di essere un anno non solo brutto ma anche preoccupante. Le difficoltà economiche patite oggi dall’Italia (che ha scampato la recessione ma non si è allontanata di molto dalla crescita zero, registrando una crescita nel primo trimestre della metà rispetto alla media dell’Eurozona, che la fa essere ancora il fanalino d’Europa) non sono paragonabili a quelle registrate nell’autunno di otto anni fa ma giorno dopo giorno la traiettoria imboccata dal governo del cambiamento ricorda per alcuni versi i mesi che precedettero la crisi del 2011”, quella che portò al governo Monti, il quale nel colloquio con Il Foglio, lancia una frecciatina all’esecutivo gialloverde dicendo che “purtroppo il governo ha torto. Il suo contributo alla recessione o alla crescita zero l’ha dato, eccome” in questi mesi recenti. E che “altro che crescita, l’Italia sta uscendo silenziosamente dall’Ue e dall’euro” osserva il senatore a vita. 

Il Sole ricorda che l'Italia è ancora lontana dai Paesi più dinamici

Dunque, situazione “meglio delle attese – secondo il Sole 24 Ore – ma con la distanza consueta dalle più vivaci dinamiche di crescita europee”. “Così è andata – prosegue l’organo confindustriale – per l’economia nazionale nei primi tre mesi dell’anno. Il dato Istat diffuso ieri sul Pil (+0,2% in termini congiunturali; +0,1% sull’anno, variazione che coincide con la crescita acquisita) fotografa il ‘moderato recupero’ che chiude la parentesi di recessione tecnica del secondo semestre 2018. La valutazione flash si basa come al solido soprattutto sui maggiori dati disponibili sul lato dell’offerta ed è coerente con il netto recupero della produzione industriale registrata in gennaio e febbraio, cui si aggiungono ‘contributi positivi sia del settore agricolo, sia del terziario’”.

Per Repubblica non c'è niente da festeggiare

“In realtà, basta leggere il comunicato dell’Istat – fredda qualsiasi tipo di entusiasmo, ancorché flebile, la Repubblica - per capire che non c’è granché da festeggiare. Non solo perché l’incremento del prodotto interno è così risicato da risultare quasi irrilevante, e certamente insufficiente per invertire la tendenza alla crescita del rapporto debito-Pil (proprio ieri il Centro Studi Confindustria ha pubblicato un’infografica che dimostra come il rapporto debito-Pil, che negli altri Paesi è in costante ridimensionamento, in Italia è cresciuto in media di 1,5 punti all’anno negli ultimi cinque, principalmente a causa della debolezza della crescita)”. Anche perché, analizza e confronta, “il più 0,2 per cento italiano nel primo trimestre si confronta con il più 0,3 della Francia (più 1,1% anno su anno), con il più 0,7% della Spagna e con una stima di più 0,4% della media dell’Eurozona. La crescita italiana, dunque, è dimezzata rispetto a quella dei nostri partner europei”.

Il Foglio intervista il presidente dell'Istat

A Il Foglio che gli chiede (e contesta) come possano esserci crescita e nuovi posti di lavoro se non aumenta la produttività, il neopresidente dell’Istat Gian Carlo Biangiardo risponde: “Il quadro complessivo è quello di un’economia vitale, seppure esposta alle perturbazioni del ciclo internazionale, e con un gap di crescita rispetto alla media dell’area dell’euro che sembra permanere sia nelle fasi di flessione sia in quelle di recupero dei livelli di attività produttiva. Anche le recenti vicende congiunturali confermano un’elevata capacità del settore industriale di intercettare le opportunità offerte dal contesto globale. Al tempo stesso affiorano dinamiche di crescita relativamente lente in quei settori dei servizi più dipendenti dalla domanda interna. Molti dei nostri limiti sembrano riconducibili a una struttura dimensionale delle imprese ancora eccessivamente bassa e frammentata, con conseguenze negative sull’efficienza del sistema produttivo e sulla crescita della produttività, con problemi di sottoutilizzo del capitale umano”.



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