Se la Germania vende meno automobili l'Italia ha un grosso problema

L'economia tedesca frena fino quasi a fermarsi e l'industria automobilistica è quella che sta pagando il dazio più alto. Per le aziende di componentistica italiane la crisi sta diventando pesante

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Anche se l'indice Ifo ha recuperato e mostra segnali di ripresa, preoccupa la decisa frenata dell'economia tedesco. Lo stesso presidente della Bce Mario Draghi ha ammesso ieri che la Germania "è oggi uno dei membri dell'Eurozona più colpiti dal rallentamento" del ciclo economico globale. Gli ultimi dati parlano di una contrazione dello 0,1% nel periodo aprile-giugno (su base annua il Pil è salito dello 0,4%, rallentando dunque dal +0,9% del primo trimestre del 2019) e recentemente anche la Bundesbank ha ipotizzato che tale frenata significa che si trova in una, seppur lieve, "recessione tecnica".

La 'locomotiva' d'Europa è quindi in affanno, colpa della difficile congiuntura internazionale e in particolare della guerra dei dazi tra Usa e Cina. Scorporando il dato, emerge che, se l'export è in forte calo - il maggiore degli ultimi sei anni - tiene invece il mercato domestico. Come hanno recentemente rilevato gli economisti di Intesa Sanpaolo, "i servizi dovrebbero continuare a crescere a un ritmo sostenuto" e contribuire così a dare sprint alla ripresa. Il fatto che l'export vada male, però, potrebbe provocare ripercussioni sul primo partner commerciale della Germania, cioè l'Italia.

Il pilastro dell'industria tedesca è infatti il settore dell'auto (rappresenta un quinto dell'industria, quasi il 5% del Pil e direttamente più di 800.000 posti di lavoro) il quale importa dal nostro Paese soprattutto la componentistica. Se la Germania esporta meno auto, ne risente quindi anche il nostro export. In Germania, secondo i dati dell'Associazione dei costruttori tedeschi, VDA, nei primi otto mesi dell'anno la produzione automobilistica è diminuita dell'11% rispetto all'anno precedente.

Secondo alcuni calcoli, fatti da EY, nel secondo trimestre l'utile operativo delle tre case automobilistiche tedesche è sceso del 38%, ben al di sopra della media globale del settore (-18%). L'indotto ne risente in modo particolare: un esempio recente è l'azienda familiare Eisenmann, fondata nel 1951 e specializzata in macchine per la verniciatura di automobili, che alla fine di luglio ha annunciato l'insolvenza, minacciando circa 3.000 posti di lavoro.

Tra i più colpiti, il "Mittelstand", questa fitta rete di piccole e medie imprese altamente esportatrici, "campioni nascosti" considerati negli ultimi dieci anni la chiave del successo tedesco. Secondo un'indagine di KfW Bank e dell'Ifo Institute, il barometro della fiducia delle imprese di Mittelstand è andato in territorio negativo in agosto, per la prima volta in più di quattro anni, e molte di queste aziende hanno recentemente annunciato tagli di posti di lavoro o chiusure di impianti.

Ma la loro preoccupazione è ben lungi dall'essere limitata al rallentamento dell'economia. Molto prima delle minacce protezionistiche di Washington, Volkswagen ha inflitto un primo colpo al settore nel 2015, ammettendo di aver dotato 11 milioni di auto diesel di un software in grado di fissare i livelli di emissione. Da allora, il diesel ha perso la sua popolarità dove è stato inventato: minacciato dai divieti di circolazione in diverse città, è stato sostituito dalla benzina e, sempre più spesso, dai veicoli elettrici, un motore molto più semplice da costruire.

Secondo uno studio del Frauenhofer Institute, in totale, l'elettrificazione potrebbe costare 75.000 posti di lavoro in Germania. La prima industria, la Volkswagen, sta facendo sforzi per adattarsi ma ci vuole tempo affinché il "Mittelstand" stia al passo coi tempi.



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