La Perla e tutti i brand italiani finiti in Cina negli ultimi due anni

Nuovo colpo cinese in Italia: il gruppo industriale Fosun si accinge ad acquisire lo storico marchio dell'abbigliamento intimo, che ha i conti in rosso dal 2014

La Perla e tutti i brand italiani finiti in Cina negli ultimi due anni

Un altro gioiello sta per passare in mani cinesi, si tratta questa volta dello storico marchio dell'intimo La Perla. A trattare in esclusiva per rilevare la maggioranza della società italiana, in rosso dal 2014 (quest’anno dovrebbe chiudere con una perdita tra gli 80 e i 100 milioni di euro), un grande nome dell’industria cinese: Fosun, colosso degli investimenti fondato nel 1992 da Guo Guangchang, finito l’estate scorsa nel mirino delle autorità finanziarie cinesi insieme ad altre conglomerate d’affari (Wanda, Anbang, Hna) per il timore di una fuoriuscita di capitali.

Ma non si fermano i piani di espansione del gruppo privato giacché rientrano nella strategia di Pechino, che punta a trasformare la Cina in una superpotenza industriale (Made in China 2025). E lo fa acquisendo know how e tecnologia dalle aziende straniere (spesso attraverso operazioni M&A).

Fosun, proprietaria dei villaggi del Club Med e del club calcistico inglese Wolverhampton, ha già i piedi ben piantati in altre realtà italiane: ha comprato l'ex sede di Unicredit a Piazza Cordusio, e nel settore della moda ha mosso i primi passi nel 2013 diventando socio di minoranza della società di abbigliamento maschile di alta gamma Raffaele Caruso Spa (il mese scorso insieme all’altro socio, Aplomb, ha sottoscritto un aumento di capitale per rafforzare il business dell’azienda che oggi impiega 500 persone).

Secondo 'La Repubblica', oggi Fosun ha trenta giorni per condurre la due diligence valutativa, per poi sottoporre l’acquisizione di La Perla all’autorizzazione interna, ma “in genere, quando le trattative sono a questo punto, i giochi sono fatti”.

Caccia al know how

Il Bel Paese attrae non poco gli investitori cinesi. L’Italia nel 2016 si è confermata come il terzo Paese europeo di destinazione degli investimenti di Pechino, con 12,84 miliardi di stock, secondo i dati del CeSIF, il centro studi della Fondazione Italia Cina (gli investimenti cinesi in Europa dal 2010 al 2016 sono passati da 20 a 35 miliardi di dollari). Dal 2008 la Cina ha investito in Italia circa 22 miliardi (di cui 7 solo su Pirelli). “Si tratta in gran parte di acquisizioni, pochissimi investimenti greenfield”, commenta Michele Geraci, docente di economia alla Nottingham University Business School China e direttore del Global Policy Institute China. “I cinesi non hanno aperto fabbriche o centri di ricerca in Italia, se non in rarissimi casi, ma hanno comprato aziende già esistenti. Questi 22 miliardi non hanno portato alcun valore alla nostra economia, al contrario: si è trattato di uno scambio tra azionisti; ai cinesi serve acquisire il nostro know how”, spiega l’analista.

Secondo l’ultimo rapporto “Cina 2017” del CeSIF, al 2016 sono 168 gli investitori cinesi in Italia, in crescita del 7%, e 74 le società di Hong Kong, per un totale di 242 gruppi. Due anni fa arriva l'acquisizione più rilevante, il passaggio a ChemChina del 65% di Pirelli per almeno 7 miliardi di euro.

Nel 2016 Suning mette le mani sull'Inter (peraltro già indonesiana) e quest’anno la Rossoneri Sport Investment del misterioso uomo d’affari Li Yonghong si prende il Milan di Silvio Berlusconi. In pratica, tutta la Milano calcistica, cioè un pezzo di storia dello sport più popolare in Italia, passa sotto il controllo di Pechino. Sempre nel 2016 il gruppo Gantai si prende l’85% di Buccellati, società di alta gioielleria valutata 230 milioni equity. In precedenza la People’s Bank of China aveva acquisito circa il 2% di numerose blue chip italiane: Generali, Telecom, Eni, Enel, Fca, Prysmian, Mediobanca, Unicredit. La banca centrale cinese controlla anche quote di Mps e Intesa, ma nel frattempo dovrebbero essersi piuttosto diluite.

Shopping onnivoro

La Perla e tutti i brand italiani finiti in Cina negli ultimi due anni
Foto: MIGUEL MEDINA / AFP 

Altri marchi italiani diventati (quasi del tutto) cinesi? Nel 2015 State Grid Corporation of China si prende il 35% di Cdp Rieti, che controlla Snam e Terna. Nello stesso anno Zoomlion, il colosso delle costruzioni di Changsha che nel 2008 aveva comprato Cifa, acquisisce il 100% di Ladurner, l’azienda di Bolzano attiva nello smaltimento di rifiuti, e OGG (Ocean Gold Global), gruppo di Shenzen attivo soprattutto nella grande distribuzione, entra come socio di minoranza in Giochi Preziosi.

Nel 2014 tocca al 40% di Ansaldo Energia passare sotto il controllo di Shanghai Electric. Sempre nello stesso anno la Shenzen Marisfrolg Fashion, azienda leader del pret-a-porter cinese compra i marchi della moda Krizia, Roberta di Camerino e Miss Sixty. Nel 2012 è il produttore di yacht Ferretti ad essere acquistato dal gruppo Shig Weichai, che ne prende il 75%.

La novità dei giorni scorsi? Esaote, gioiello italiano nella produzione di apparecchiature medicali, è stata acquisita da parte di un consorzio cinese.



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