Steve Bannon vuole una criptovaluta italiana, legata al marmo

L’ex consigliere di Trump punta sulla moneta virtuale. Ma non tutta la comunità ne è entusiasta

Steve Bannon vuole una criptovaluta italiana, legata al marmo 

Steve Bannon, l’ex capo stratega di Trump, è saltato sul carro delle criptovalute. Ma non è detto che i suoi compagni di viaggio ne siano particolarmente felici. Negli ultimi mesi l’ex consigliere del presidente Usa, licenziato dalla Casa Bianca lo scorso agosto, e fatto dimettere a gennaio anche dalla guida della testata di destra estrema Breitbart News, sta puntando sulle criptovalute. L’ex ideologo di Trump ha infatti confermato - riferisce una inchiesta del New York Times - di possedere un “buon pacchetto” di bitcoin. E di aver incontrato nei mesi scorsi una serie di investitori ed hedge funds per valutare il lancio, attraverso la sua società di investimento Bannon & Company, di una ICO (Initial Coin Offerings), una offerta iniziale di criptovaluta, un metodo di raccolta fondi usato da startup che prevede anche l’emissione di un token digitale. Che ultimamente ha sollevato varie perplessità per la disinvoltura con cui viene utilizzato e per il rischio di frodi. 

Le criptovalute “populismo rivoluzionario” 

Ma attenzione, non si tratterebbe solo di business. “Il controllo della moneta è il controllo di tutto”, ha sentenziato Bannon, che dopo aver lasciato Breitbart News, il sito di riferimento della alt right americana, ha iniziato un tour europeo in nome dell’avanzata dei populismi - per usare la sua stessa definizione - inclusa una tappa italiana a maggio, in cui si era scagliato contro il “partito di Davos”, dicendo che la crisi dell’Italia era una crisi di sovranità “provocata dai mercati finanziari e dai poteri forti”.

Invece, come riporta il Times, le criptovalute per Bannon sono “un populismo dirompente, che riprende il controllo dalle autorità centrali. È rivoluzionario”. L’ex consigliere del presidente si era già spinto fino a pensare a una moneta per i sostenitori di Trump - avrebbe detto a un evento ad Harvard - i “deplorable coins” , termine che si riferisce polemicamente a una infelice definizione data da Hillary Clinton, che li aveva apostrofati come “deplorables” (miserevoli, sciagurati). 

Una criptomoneta italiana collegata al marmo? 

Certo, non si capisce dove inizi un progetto vero e proprio e dove finisca la boutade. Ad esempio, Bannon avrebbe anche espresso interesse nell’aiutare imprenditori e interi Paesi a creare una loro moneta digitale collegandola alla ricchezza nazionale e, a questo proposito, avrebbe fatto l’esempio di una “moneta italiana legata ai depositi nazionali di marmo”, riferisce il New York Times - qui un tweet di uno dei due giornalisti che hanno firmato l’articolo del Times, Nathaniel Popper, già autore di un accurato libro sul mondo bitcoin, che lo ribadisce. AGI ha poi chiesto a Popper, che ha confermato che Bannon ha proprio citato questa possibilità senza però dare ulteriori dettagli, o senza citare eventuali persone (politici italiani?) con cui potrebbe averne parlato. 

Ma cosa significa fare una criptomoneta digitale nazionale, e per di più legata a depositi di marmo? Bannon da dove ha preso questa - diciamo ardita - idea? AGI ha interpellato vari esperti italiani di criptovalute, e membri di questa comunità, e lo sconcerto è generale. “Non so proprio dove abbia preso questa idea”, commenta ad AGI Stefano Capaccioli, commercialista che segue da vicino il mondo delle monete digitali, presidente di Assob.it e autore del libro “Criptovalute e bitcoin. Un'analisi giuridica”.  

“L’idea di una criptovaluta di Stato è un po’ quella che c’è dietro al petro, la criptovaluta del Venezuela. Lì il governo dice che dietro a ogni petro ci sarebbe un barile di petrolio. Ma è un’idea che non sta in piedi. In quel caso mi devo fidare di chi mi garantisce questo collegamento, cioè di nuovo di un’autorità centrale”. Anche Ferdinando Ametrano, che insegna bitcoin e tecnologia blockchain all'università Milano Bicocca e al Politecnico di Milano, di fronte all’uscita di Bannon rimane perplesso. “Mi sembra una ipotesi infelice e infondata. Il tema di una moneta con delle sue riserve di garanzia (la "collateralizzazione" di un coin) è delicato: non basta declamarle, e nemmeno averle, ma conta la credibilità del custode”. Perché poi il marmo, non è chiaro.

L’amico di Bannon 

Bannon, per sua stessa ammissione, si sarebbe avvicinato al tema delle valute digitali attraverso un suo vecchio e controverso sodale, Brock Pierce, che anni fa aveva creato una società che vendeva articoli virtuali - spade, cavalli ecc - per videogame, la Internet Gaming Entertainment, e di cui l’ex stratega politico è stato vicepresidente. Secondo Forbes, sarebbe proprio Bannon ad aver raccolto 60 milioni di dollari da Goldman Sachs per finanziare la società (che non andò tanto bene). 
 
Pierce è stato poi coinvolto in vari progetti sulle criptovalute, tra cui il controverso tentativo di crearne una a Porto Rico, anzi, perché limitarsi, di fare dell’isola caraibica, ancora piegata dall’uragano Maria, un paradiso delle cripto e delle blockchain (oltre che un paradiso fiscale). Anche se qualcuno l’ha chiamato il “cripto-colonialismo di un pugno di miliardari dal passato poco limpido”. Ed è stato anche cofondatore della startup Block.One che ha raccolto 4 miliardi di dollari vendendo una criptomoneta di nome EOS attraverso una ICO. Anche se mesi fa è stato mandato via dalla società dopo che i media hanno ritirato fuori la storia di una causa civile degli anni ‘90 che coinvolse lui e suoi partner d’affari di una società precedente, la Digital Entertainment Network, in cui c’entravano degli abusi su minori (lui non è stato incriminato). Ma per questa stessa vicenda nel 2014 alcuni membri della Bitcoin Foundation si erano dimessi per protesta dopo che lui era stato eletto nel board.  
 
Insomma, se non fosse stato per la campagna presidenziale del 2016, Bannon ha detto che si sarebbe buttato in qualche progetto di criptovaluta col suo vecchio amico Brock.

Bitcoin e la destra americana 

A un incontro in Svizzera a marzo, l’ex consigliere di Trump ha detto che le criptovalute e la loro tecnologia possono “dare potere al movimento populista e antiestablishment, alle aziende, e ai governi per fare a meno delle banche centrali che svalutano la moneta e creano paghe da fame (..)”. Questi temi, queste stesse parole e termini, e in particolare il riferimento alle banche centrali, sono diffusi sia nel mondo bitcoin, sia nel mondo della destra americana, dal Tea Party ai complottisti alla Alex Jones, come documentato nel libro di David Golumbia, Politics of Bitcoin: Software as Right-Wing Extremism. Ora è arrivato anche Bannon, che ha deciso di reclutare bitcoin e soci nella sua battaglia “populista”. Il dubbio è che sia Bannon ad aver bisogno delle criptovalute, e dell’attenzione che le accompagna, più di quanto le criptovalute necessitino di lui.

 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.